Viterbo – “Continuo a vivere la mia primavera emotiva oggi senza colori perché niente si è fermato…”. Giorgio Nisini ha fatto del tempo la sua ossessione. Un fascino talmente intenso che lo ha portato a scriverci un libro. “Il tempo umano” (HarperCollins) è da oggi nelle librerie e negli store digitali. Un tema più che mai attuale con la pandemia che ci ha portato a fare i conti con lo scorrere delle ore e dei giorni, non solo materiale ma dentro di ognuno di noi.
“Il libro – dice Nisini – nasce cinque anni fa, nel 2015, perché, di fatto, è questo il tempo che è passato tra la prima idea in assoluto e l’ultima correzione fatta in bozza. Non saprei dire da cosa sia partito tutto, perché quando scrivo un libro comincio a mettere dentro una serie di suggestioni che derivano da vari aspetti.
Premetto, il libro ha due grandi temi, uno è quello del tempo, come dice il titolo stesso, e poi c’è quello dell’amore perché c’è una storia che è scandita all’interno di un ciclo fatto di quattro parti, un po’ come le stagioni.
L’idea quindi si potrebbe dire che sia partita da una mia generale ossessione per il tempo e il suo scorrere. Ho sempre avuto grande attenzione per i libri e gli autori che si sono occupati di questo tema, tra cui Bergson e Aristotele, ma anche per la concezione di variabile della fisica, da Einstein alle teorie della fisica quantistica.
Mi ha sempre affascinato e, quindi, ho desiderato scrivere un romanzo per cui mi sono inventato un personaggio, che è uno dei protagonisti, e che si chiama Alfredo. Fin da ragazzino è ossessionato dal tempo e in qualche modo lo trasforma nel suo lavoro, perché diventerà uno dei più importanti produttori di orologi di lusso al mondo.
Accanto a questo, c’è la dimensione dei sentimenti: il libro infatti ha un prologo dal titolo ‘Primo amore’ dove, ripensando ovviamente al mio primo amore di quando ero ragazzino, ho provato a raccontare l’impatto che ha l’incontro tra un essere umano e un sentimento così sconvolgente che fa saltare tutte le misure e le coordinate”.
Come vive il tempo in questo periodo che ci ha costretto a ripensarlo e a riorganizzarlo?
“In questa pandemia, ho avuto modo di riflettere e ho la sensazione che, in questo momento, molti hanno l’idea di un tempo sospeso come se fossimo dentro una bolla in attesa che tutto questo finisca. Quello che, invece, vorrei far capire è che il tempo va avanti lo stesso, non è che qualcuno lo ha fermato o lo ha messo in pausa.
Provo a concentrarmi sul presente più che proiettarmi sul futuro con l’angoscia e l’ansia che questo futuro arrivi al più presto.
Sto quindi cercando di vivere il mio tempo, la mia vita e la mia primavera emotiva sicuramente triste e senza colori, come diceva Baudelaire, ma cerco di viverla perché non si può attraversare questo periodo in sospensione e in attesa che qualcosa avvenga, non sapendo ancora quando verrà. All’idea del tempo orizzontale sostituisco quella verticale. Fermo qui, vado in profondità più che verso l’orizzonte che si allontana sempre di più”.
Il suo libro è tra i primi a uscire con la riapertura delle librerie.
“So che c’è un dibattito tra i librai, divisi in due fazioni e cioè quelli che non vogliono assolutamente riaprire e gli altri che invece sono contenti di farlo ed entrambe sono lecite e comprensibili. Credo comunque che il libro sia un bene necessario, tanto più in un momento in cui una persona è costretta a casa. Io che per prima cosa sono un lettore, ho bisogno di comprarli e i miei figli, che hanno finito quelli che avevano da leggere, stanno aspettando con ansia che io vada a prenderne degli altri. C’è poi tutta una dimensione legata all’editoria scolastica, perché appunto scuole e università vanno avanti”.
Quale messaggio voleva trasmettere col suo libro?
“Quando scrivo, i miei romanzi hanno due funzioni: una è quella di raccontare storie per tornare alla matrice più elementare della narrazione; l’altra che è quella per me più importante e cioè che attraverso la storia voglio che il mio lettore possa vedere le cose da un punto di vista diverso dal solito. Riuscire a far percepire al lettore una realtà anche soltanto leggermente diversa è per me un risultato. La scrittura, la letteratura e i romanzi sono un modo per conoscere il mondo che ci circonda con uno sguardo e con strumenti a cui non siamo abituati”.
Le ambientazioni dei suoi romanzi non sono mai precise. Come mai questa scelta?
“In effetti, non indico mai una città, ad esclusione di quelle grandi come Roma per esempio. In genere, però, parlo sempre di una provincia del centro Italia, che è ovviamente la nostra, e questo perché credo che il nostro territorio non sia mai stato raccontato abbastanza dalla letteratura. Ci sono grandi romanzi ambientati qui, ma solo in maniera occasionale.
La Tuscia è stata un grande set per il cinema. Mi piace pensare – conclude lo scrittore – di essere un primo regista che la trasforma anche in un grande set letterario”.
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