Viterbo – Ventott’anni fa. 23 maggio 1992. I giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo venivano fatti saltare in aria e uccisi dalla mafia dei Corleonesi. A Capaci, a pochi chilometri da Palermo. Con un quantitativo immenso di tritolo. Con loro venivano assassinati anche tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
“Falcone, Morvillo, Borsellino e gli uomini della scorta – ha detto il sindaco Giovanni Arena – sono stati eroici servitori dello stato. La loro uccisione ha segnato per sempre la storia italiana”.
Viterbo – Il sindaco Giovanni Arena
Ieri, i sindaci di tutta Italia, su iniziativa dell’Anci, hanno voluto ricordare con un minuti di silenzio, alle 17,59, ora in cui giudici e scorta vennero uccisi, una delle tragedie più grandi e gravi della storia d’Italia che ha cambiato per sempre il volto del paese.
Viterbo – Il sindaco Giovanni Arena e la polizia ricordano la strage di Capaci del 1992
Cinquantasette giorni dopo, domenica 19 luglio 1992, verrà ammazzato, in Via D’Amelio a Palermo, sotto casa della madre, questa volta con un’autobomba, anche Paolo Borsellino che assieme a Falcone aveva condiviso la battaglia più incisiva contro l’organizzazione criminale guidata da Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Il giudice Giovanni Falcone
“Un gesto simbolico da parte di tutti i sindaci – ha detto il primo cittadino di Viterbo davanti a Palazzo dei Priori dove ha sede il consiglio comunale -. Un atto doveroso perché la tragedia che ha coinvolto Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini della scorta ha segnato per sempre la storia del nostro paese”.
Viterbo – La città ricorda la strage di Capaci del 1992
Arena ha voluto che accanto a lui ci fossero anche i poliziotti della questura di Viterbo presenti in piazza del plebiscito per servizio. “Li ho voluti con me – ha spiegato il sindaco Arena – perché gli uomini della scorta che sono morti erano loro colleghi. Ed è giusto che anche loro, in questo momento, siano rappresentati e ricordati”.
Viterbo – Il sindaco Giovanni Arena e la polizia ricordano la strage di Capaci del 1992
Alle loro spalle, sotto le bandiere d’Italia, Viterbo e dell’Unione europea, anche un lenzuolo bianco. Come quello che molti siciliani e italiani misero ai balconi e alle finestre per ribellarsi a un’organizzazione mafiosa che, dopo la stagione del brigatismo rosso, aveva di nuovo lanciato l’attacco al cuore dello stato. Con pistole, kalashnikov e tritolo. Uccidendo magistrati, uomini politici, sindacalisti, uomini e donne delle forze dell’ordine. Trascinando un’intera nazione in un vero e proprio bagno di sangue con attentati e centinaia di morti ammazzati per strada.
Viterbo – La Polizia in piazza del plebiscito
Un’organizzazione che, dopo aver sterminato la borghesia mafiosa siciliana, aveva tentato di confrontarsi con lo stato sul piano militare. Come non era mai accaduto prima. E sono stati sconfitti grazie anche a un lavoro capillare che, a partire dalle scuole e dall’impegno di cittadini, istituzioni, forze dell’ordine e associazioni di volontariato, ha fatto in modo che legalità e giustizia diventassero valori concreti e sentiti da tutti. In un clima di profonda solidarietà nazionale come non accadeva dai tempi del sequestro del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro ucciso dalle Brigate rosse il 9 maggio 1978, dopo che 55 giorni prima erano stati assassinati a Roma, in via Fani, gli uomini della sua scorta.
Daniele Camilli
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