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“Merito una condanna, ma non voglio perdere l’amore di mia figlia”

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Viterbo - Tribunale - Carabinieri

Viterbo – Tribunale – Carabinieri

Confessione dal carcere di un arrestato per spaccio in attesa di giudizio

Confessione dal carcere di un arrestato per spaccio in attesa di giudizio

L'avvocato Franco Taurchini

L’avvocato Franco Taurchini

Viterbo – “E mio desiderio, dovere e soprattutto volere riconquistare il rispetto della mia compagna, persona integerrima come la sua famiglia, e non perdere l’amore di mia figlia. Vorrei poter lenire il dolore cagionato alla mia mamma e non farla sentire responsabile di colpe che non ha”.

E’ la confessione dal carcere di un arrestato per spaccio in attesa di giudizio.

Una lettera in cui racconta la sua vita travagliata, scritta dal carcere di Mammagialla a un giudice del tribunale di Viterbo da un pregiudicato napoletano 32enne, G.S., arrestato per spaccio lo scorso 18 ottobre dai carabinieri assieme al suo presunto complice al casello autostradale di Orte, mentre viaggiava a bordo di un’auto a noleggio, diretto da Napoli alla riviera romagnola. Nell’abitacolo, sotto il sedile del passeggero, erano occultati due etti e mezzo di cocaina. 

Lo scorso 7 febbraio, mentre erano ancora entrambi reclusi nel carcere di Mammagialla, il 32enne ha scritto la sua “memoria”, all’insaputa del difensore Franco Taurchini, recapitata al giudice Giacomo Autizi alla vigilia della prima udienza del processo, che si è aperto per la coppia il 24 febbraio. Una confessione in cui pur ammettendo di avere commesso un reato chiede benevolenza, giunta quattro mesi dopo l’arresto, quando aveva negato di sapere della presenza dello stupefacente nascosto nella vettura. 

Durante l’interrogatorio del 25 maggio, G.S. ha ribadito in aula che la droga era la sua. “Comprata coi soldi guadagnati vendendo i calzini per strada”, ha detto al giudice. “Il mio assistito ha chiesto sinceramente scusa alla madre che sta in carcere, al padre malato di cuore, alla figlia e alla compagna, impegnandosi a cambiare vita”, dice l’avvocato Taurchini.

Al termine dell’udienza il giudice ha concesso i domiciliari a tutti e due gli imputati, l’altro difeso da Amedeo Centrone, rinviando all’11 giugno la sentenza. 


“Merito una condanna, ma non voglio perdere l’amore di mia figlia”

Di seguito la lettera scritta in carcere dal 32enne sotto processo per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. 

“Riconosco a priori che non ci sono giustificazioni plausibili per il mio comportamento, se non la superficialità o forse la rabbia per alcuni accadimenti che hanno colpito la mia famiglia.

L’anno scorso è venuta a mancare la mia cara nonna, con la quale ero legatissimo. E’ stato un trauma per me. Due mesi dopo è stata arrestata la mia mamma che attualmente si trova in carcere. Ora, oltre al suo dramma personale, si sente in colpa per la mia sorte, ritenendosi madre indegna per non essere riuscita a evitare a me questo vissuto.

Quando leggo le sue lettere, mi si lacera il cuore e a me piacerebbe che ella sapesse che non è colpa di lei, se ho intrapreso questa vita.

A settembre è venuto a mancare anche mio nonno, il quale non è riuscito a superare il lutto per la scomparsa della moglie, mia nonna. Mio padre invece ha problemi al cuore. Al mio fine pena e la consequenziale scarcerazione, nel maggio 2019, mi sono trovato a vivere in casa con lui e con mia sorella disoccupata e mamma di due minori.

Nello stesso tempo avrei voluto, forse dovuto, occuparmi di mia figlia di 7 anni e di sua madre, mia compagna. Ciò non è stato perché, anche perché, non avevo entrate.

Devo ringraziare, e sono grato, a mio suocero il quale si sta occupando, in mia vece, di mia figlia anziché della sua. E’ oneroso per lui che lavora presso un presidio ospedaliero come autista di ambulanza.

Il fatto che la mia famiglia dipendesse e pesasse sul suo salario, in breve tempo mi ha fatto sentire l’impotenza di papà e di compagno. Mi sono sentito il più miserrimo degli uomini e ho tentato, non riuscendovi e nel modo sbagliato, di dare un contributo economico ai miei congiunti. Mi costa fatica ammetterlo, ma sono stato mal consigliato e ho agito con poca razionalità.

Avrei voluto dare quanto di meglio potessi donare alla mia adorata figlia, invece sto correndo il rischio di allontanarla da me.

Per questo non riesco a tollerare pedissequamente questa situazione. Tengo a ribadire che non ho agito, né intendevo agire con sprezzo della legge, è solo che in quel momento non ho trovato altra via.

Mi rivolgo alla Signoria Vostra Illustrissima facendo preghiera di usare lungimirante empatia nel giudicarmi, tenendo presente che è mio desiderio, dovere e soprattutto volere riconquistare il rispetto della mia compagna, persona integerrima come la sua famiglia, e non perdere l’amore di mia figlia. Vorrei poter lenire il dolore cagionato alla mia mamma e non farla sentire responsabile di colpe che non ha.

Pur consapevole di aver commesso un reato, mi rivolgo alla Sua Persona, e umilmente chiedo, ritenendo giusta e insindacabile una condanna per il grave reato compiuto, di volere riconoscere lo stato psichico sotto il quale mi sono venuto a trovare. Mai avrei voluto, dovuto fare qualcosa per fare rientro in carcere. Non ho saputo soppesare le conseguenze e mi dissocio dal mio comportamento, sperando e confidando in una opportunità di redenzione. Confido nella Sua benevolenza”

Silvana Cortignani 


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