Viterbo – Riproponiamo l’intervista a Renato Curcio, fondatore delle Brigate rosse. Intervista del 21 agosto 1994, un momento in cui Curcio, per ragioni legali, non poteva parlare di politica ed era in semilibertà.
Roma – Quattro stanze a quattro passi dalla Piramide, al terzo piano d’un palazzo romano come tanti altri. E’ qui che lavora Renato Curcio, l’ex capo delle Brigate rosse, ora editore. E editore del tutto particolare. Sensibili alle foglie, questo il nome della casa editrice che si occupa in modo particolare di stati di disagio degli uomini, delle coscienze nella società contemporanea: «la difficoltà di vivere».
Lo studio di Curcio è una stanzetta, come prevedibile, intasata di libri. Sul tavolo fa mostra di sé la produzione della casa editrice: una trentina di titoli.
Di faccia alla scrivania di Curcio una biblioteca, non di grandi dimensioni, sulla lotta armata, sulla violenza politica. E poi una massa di carte, di classificatori. “Processo Br, Gap, Feltrinelli” è scritto con un pennarello su una scatola. Affollati sulle pareti quadri che poi si scoprirà fatti da detenuti. Un Macintosh Lc su un altro tavolo, una ciotola di piante grasse, un manifesto di Frigidaire completa il quadro un po’ disordinato della stanza di lavoro.
Piccolo di statura, la barba imbiancata, le mani possenti da contadino, camicia e calzoni jeans, mocassini e la borsa di pelle a tracolla, Curcio entra nella sua stanza con un sorriso cordiale, disponibile, che mette l’interlocutore subito a proprio agio. Inforca gli occhialetti per decifrare alcune carte, una telefonata per risolvere un ultimo problema ed è pronto all’intervista. Una intervista che lascia da parte volutamente, per quanto si può, il passato, pur non potendo far finta di non trovarsi di fronte ad un personaggio che ha segnato pesantemente la storia degli ultimi venti anni. Vent’anni sui quali sono stati scritti libri e migliaia di pagine di giornale.
Quando e come è nata la casa editrice Sensibili alle foglie?
«Nasce nel ’90, dall’incontro di alcuni di noi detenuti. In particolare Nicola Valentino, Stefano Petrelli ed io, tutti militanti della lotta armata di sinistra. Dopo dieci anni di detenzione iniziammo una ricerca sull’esperienza della vita in carcere. Tra i frutti di questa ricerca ci fu il primo libro della casa editrice Nel bosco di Bistorco. Per la pubblicazione prima ci rivolgemmo alle case editrici esistenti. Poi ci fu l’incontro con Ludovico Basili, l’attuale presidente della cooperativa che gestisce Sensibili alle foglie, che ci propose di immaginare questo testo come punto di partenza di una casa editrice. Una casa editrice che si occupasse della difficoltà di vivere in tutte le strutture totali: dal carcere al manicomio».
Come andò il libro?
«Ha avuto un buon successo, ne sono state vendute circa ottomila copie. Una media che è un po’ di tutti i titoli della casa editrice che sta andando molto bene».
Quali sono gli scopi della casa editrice?
«Sono diversi. Intanto dà la possibilità di creare posti di lavoro. E questo per molti detenuti o ex detenuti può essere un fatto importante in vista di un rientro nella società civile. Questo da un punto di vista strettamente pratico. Dal punto di vista dell’impresa editoriale in se stessa, lo scopo è quello di dare voce a chi in questa società non ha voce, a chi per una ragione o per l’altra, non è visibile. Al fondo di tutto c’è un’idea forte di solidarietà. I temi che trattiamo vanno, come dicevo, dal carcere al manicomio (Contrappunti di Giorgio Antinucci, collana Azzurra), al razzismo e l’emigrazione (Shish Mahal, Renato Curcio; Romane Krle – voci zingare, Fadil Cizmic ed altri, collana Verde), alle condizioni di difficoltà estrema come accade con i malati di Aids, con i barboni o con i transessuali (Come il cielo, Simona Ferraresi; Angeli sulla strada, Antonella Chitò – a cura di Maria Bosio; Princesa, Fernanda Farias De Albuquerque, Maurizio Jannelli, collana Verde). Stiamo lavorando poi sugli stati modificati di coscienza, inventati e creati per superare le difficoltà: le transe».
In programma che cosa c’è?
«Stiamo facendo particolare attenzione al problema dell’incesto. Pubblicheremo la storia di un rapporto incestuoso tra un ragazzo e sua sorella che è durato per circa dieci anni. Raccontato dalla sorella. Una vicenda più diffusa di quanto si pensi. Sta per uscire un volume di Valerio Valentino sull’ergastolo: una sopravvivenza della società schiavistica. Stiamo lavorando al Progetto memoria. Un tentativo di affrontare con strumenti di indagine corretti un fenomeno sociale come la lotta armata. E’ già uscito il primo volume che tenta di fare una radiografia del fenomeno a suon di dati, analisi di tipo sociale delle diverse formazioni che hanno dato vita alla lotta armata. Grazie all’utilizzo del computer è possibile fare analisi incrociate. Si può vedere la struttura dei diversi gruppi: scolarizzazione, presenza di operai, di donne. Una ricerca che in pratica si basa sull’intero universo dei soggetti interessati: circa 7mila persone che sono state inquisite per associazione sovversiva, banda armata e insurrezione».
E lei sta preparando qualcosa?
«Sto scrivendo l’incontro sotterraneo con i comportamenti dei cittadini. Un incontro che avviene ogni giorno quando vengo e torno in carcere dal lavoro nella metropolitana. Sotto le viscere della terra, nel silenzio la gente parla attraverso le cose che fa, i linguaggi non verbali, i linguaggi relazionali».
Quali sono i problemi della casa editrice?
«Mah, la casa editrice va abbastanza bene sia per le vendite sia per l’attenzione che la stampa ci ha dato. Abbiamo superato quello che è un problema fondamentale per qualsiasi editore: la distribuzione. Siamo presenti nelle grandi librerie in tutta Italia. E poi portiamo direttamente i nostri libri ai lettori con iniziative che ogni mese riguardano una regione. A luglio siamo stati in Puglia per affrontare il tema del tarantolismo. Stiamo infatti pubblicando La danza della piccola taranta di Giorgio Di Lecce. Fino ad ora la casa editrice ha pubblicato una trentina di titoli e impegna più di dieci persone».
Perché “Sensibili alle foglie”?
«È una citazione di una lettera che mi era arrivata in carcere da parte di una donna che viveva in manicomio. In fondo alla lettera mi diceva più o meno: “Chi è sensibile si può rovinare, può morire. Io sono sensibile alle foglie, al povero, al patire”. Mi è sembrato un buon nome per la casa editrice».
Non si può fare a meno di parlare di Curcio, che a questo punto della storia della casa editrice sembra esserne allo stesso tempo motore propulsore e limite. C’è infatti il pericolo di non capire che Sensibili alle foglie non è solo Renato Curcio, eppure non si può far finta che il passato non esista.
Nato a Monterotondo in Sabina il 23 settembre ’41, Curcio ha studiato alla facoltà di sociologia di Trento. E’ stato assistente di Francesco Alberoni. Alle fine del ’68 esce dal mondo universitario. A Milano fa parte del Collettivo politico metropolitano. Nel ’70 fonda le Brigate rosse alla Pirelli di Milano. Viene arrestato insieme ad Alberto Franceschini per una spiata di Frate mitra, al secolo Silvano Girotto. Liberato dalle Brigate rosse nel ’75, a gennaio del ’76 viene arrestato di nuovo, dopo la morte della moglie, Margherita Cagol, in un conflitto a fuoco. Inizia con il ’93 la semilibertà che permette all’ex capo delle Brigate rosse di uscire quotidianamente dal carcere e lavorare, per poi rientrare la sera.
Come si vive in semilibertà?
«Esco la mattina alle 7 dal carcere e ci torno la sera alle 22,30. Lavoro in casa editrice dalle 8 alle 12,30 e dalle 16 alle 19,30. Con possibilità di controlli da parte delle forze dell’ordine. E’ uno stato strano: con la giornata che si spezza e la vita che si sdoppia. E’ una situazione esistenziale che non si è verificata in precedenza nella storia. Mi manca la notte. La notte ce l’ho in un altro mondo. La semilibertà continuerà per quanto mi riguarda fino al 2004».
Ma quale rapporto c’è tra l’esperienza della lotta armata e il Curcio di oggi?
«C’è una discontinuità radicale. Una discontinuità dal punto di vista politico. Oggi non mi propongo più come politico. C’è però anche una continuità di sensibilità. Un’attenzione alle situazioni di difficoltà. Un’attenzione verso chi è discriminato. Un’attenzione alla cultura, ai meccanismi della discriminazione. Si tratta di vedere con lucidità come si produce la discriminazione, per rendere consapevole la società dei suoi meccanismi e rendere più agevole la strada verso modalità di vita più civile».
Quali speranze ha?
«Cercare attraverso un viaggio fatto di esperienze di capire chi è Curcio. C’è come un mutamento di identità personale e sociale che va vagliato. Ho un osservatorio assai limitato da cui guardare. Mi sembra sempre di osservare la luna dall’interno di un pozzo».
Che rapporto ha con la morte?
«E’ uno dei più grandi rimossi della cultura occidentale. Uno dei confini rispetto ai quali la paura ha giocato le partite più ideologiche. Basti pensare alla trascendenza o altre strutture del genere. Il rapporto con la morte va affrontato con l’immanenza del tragico. Attraverso il tragico quotidiano si ha una consapevolezza della morte, si fa un esercizio della morte».
Ma insomma Curcio ha paura della morte?
«No, paura no. Cerco di avere con la morte lo stesso buon rapporto che ho con la vita».
Cos’è libertà per lei?
«La capacità di accogliere nell’incontro le differenze, senza sottoporle al ricatto, all’omologazione del proprio punto di vista. Senza tollerarle semplicemente come differenze. Entrare in un incontro e mettere all’interno dell’incontro la propria disponibilità al mutamento».
Che cosa c’è stato dietro la violenza degli anni Settanta?
«C’erano le ideologie del Novecento. La rivoluzione d’ottobre. Schemi culturali riadattati al presente».
Carlo Galeotti
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