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Il giornale di mezzanotte - Fase 2 - Il presidente della Cia, Sergio Del Gelsomino, chiede regole certe

“Tavoli all’aperto negli agriturismi, ma i bambini e le cucine come si gestiscono?”

di Silvana Cortignani
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Sergio Del Gelsomino

Sergio Del Gelsomino

Viterbo – La campagna come valvola di sfogo per le famiglie. 

Nei sogni degli italiani, reduci da due mesi di quarantena collettiva e desiderosi di sentirsi in “vacanza”, ci sono anche gli agriturismi.

La cui ripartenza non appare però così scontata, nonostante la disponibilità di grandi spazi aperti suggerisca il contrario, a Sergio Del Gelsomino, presidente provinciale della Cia (Confederazione italiana agricoltori) e titolare a Orte di una delle 200 aziende del settore presenti nella Tuscia. 

Due le grandi incognite: la gestione dei bambini e delle cucine. Poi spiega perché sia crollato il prezzo del latte, un dramma per gli allevatori. Intanto continua a fare il formaggio e nel weekend ricomincerà a fare il gelato. Da asporto. Una prova. 

Presidente Sergio Del Gelsomino, è cominciato il conto alla rovescia in vista della riapertura. Lei, come imprenditore, ha ripreso a fare qualcosa?
“No, io ho preferito restare chiuso e non fare l’asporto. Qualcuno degli altri ha iniziato, sta provando a fare l’asporto, però è più per restare aperto che per lavorare perché non è economicamente sostenibile. E siamo pure preoccupati per la riapertura a giugno”.

Eppure gli agriturismi hanno grandi spazi che possono garantire il distanziamento…
“Infatti stiamo pensando di organizzarci in modo da poter mangiare all’aperto, quindi di posizionare tutti i tavoli all’aperto, ben distanziati l’uno dall’altro, in maniera che le persone possano venire e stare tranquille, in quanto il tavolo invece di essere a un metro e chiuso in un salone è all’aperto e magari a 4-5 metri l’uno dall’altro, per cui i rischi sarebbero pochissimi. Metteremo gli ombrelloni, tante piante, impianti di illuminazione, verrà una cosa anche carina, bella. L’unica preoccupazione forte che abbiamo, su questo fronte, sono le famiglie con i bambini”.

Perché vi preoccupa avere tra gli avventori le famiglie con i bambini?
“Ci preoccupa la gestione dei bambini, perché si trovano all’aperto, si trovano in campagna, si trovano un bel prato verde, una bella giornata di sole, per loro è un sogno… i bambini vogliono giocare. E questo è un problema. Per noi, sia chiaro, è una contentezza. L’agriturismo viveva all’80 per cento coi bambini, noi li adoravamo, I bambini scorrazzavo da tutte le parti. Per noi i piccoli sono una felicità. Ma io mi metto nei panni dei genitori”.

Pensa che i genitori potrebbero rinunciare non sapendo come gestire i figli piccoli?
“Da genitore non so se andrei a pranzo o a cena fuori, portando i bambini, per poi stare lì tutta la sera a tenerli con le mani per farli stare seduti sulle seggiole. E se è vero che gli agriturismi lavorano molto con le coppie, coi fidanzatini, è però anche vero che lavorano invece moltissimo con le famiglie. E’ normale, vengono, giocano noi abbiamo anche una gelateria all’aperto per esempio.Venivano anche di sera, dopo cena, prendevano il gelato seduti ai tavoli all’aperto e poi giocavano nei giochi. Il distanziamento per i bambini non è una cosa così semplice. Infatti le scuole restano chiuse. C’è un motivo”.

Serviranno delle regole…
“Necessariamente. Penso a una famiglia che viene a cena con due bambini. Che ne so, io, se l’uomo e la donna sono entrambi i genitori, se sono due separati, se vivono insieme, se uno è il compagno, se magari hanno un partner che viene a cena anche lui, fa due foto ed è pronto a sporgere denuncia. Che devo fare, mettermi lì col computer? Chiamare l’anagrafe? Chiedere lo stato di famiglia? Fare lo sceriffo? Perché può succedere. E da qui al primo giugno non è che manchi tanto. E non c’è ancora una regola ben scritta. Anche i più grandi ristoratori, vedi Vissani, hanno grossi dubbi e grossi problemi, su quello che sarà e anche sul riaprire. Spero che nelle grandi task force messe insieme dal governo ci siano persone che sappiano di cosa parlano “.

Lei si dice preoccupato anche per la gestione delle cucine?
“Il pubblico bene o male, mettendo i tavoli fuori, lo gestisco. Ma il personale dentro la cucina? Gli spazi non sono di un metro, un metro e mezzo. Dentro la cucina si lavora gomito a gomito. E poi lavorare con la mascherina è molto difficile, perché ci sono i vapori dei sughi, i vapori dell’acqua, i vapori di quando si lessano le verdure. Quanto può durare una mascherina? E poi, il mio cuoco, il mio cameriere, quando va a casa, che fa? Magari va a una cena tra amici, a una cena in famiglia, magari allargata. Qualche garanzia qualcuno me la dovrà togliere, sennò diventa infortunio sul lavoro. Faremo delle assicurazioni, ma se scatta una denuncia? Il contagio dipende da me, dipende dagli altri, l’ha portato un cliente? E’ un grosso punto interrogativo, con tutto il bene che si vuole ai ragazzi”. 

Il settore del latte è quello che sta soffrendo di più, si parla addirittura di speculazioni all’interno della filiera. Ci spiega qual è il problema?
“Abbiamo ricevuto moltissime lettere di nostri associati perché il prezzo alla stalla verrà comunque ribassato. I caseifici più onesti hanno chiesto di ribassarlo di 10 centesimi al litro, qualche caseificio addirittura ha fatto la proposta di abbassarlo di 30 centesimi al litro. Vorrà dire che non gli daremo più il latte, però andarne a trovare altri che ti prendono il latte in questo momento è un problema. Abbiamo dei canali istituzionali aperti. Abbiamo fatto le nostre varie proposte, ma i caseifici non intendono arretrare”.

A quanto si vende un litro di latte alla stalla?
“Sta ritornando ai 70 centesimi, mentre prima del Covid stavamo attorno agli 80-85 centesimi, qualche caseificio pagava anche 90 centesimi. quando ci fu la protesta dei pastori a 70 centesimi, anche l’Università della Tuscia fece un prezzario di quanto dovrebbe costare il latte, che era circa 93 centesimi. Quindi siamo al di sotto del costo di produzione”. 

Perché i caseifici vogliono pagare il latte a un prezzo inferiore?
“Perché loro dicono che non riescono a vendere il fresco. In parte sono credibili, perché ad esempio i piccoli caseifici che lavoravano solo con la ristorazione ne hanno risentito. Ma il prezzo del formaggio tiene, anzi da qualche parte è anche aumentato. E in questo momento, per quanto riguarda il latte ovino, si può anche mandare il formaggio tutto in stagionatura. Resterebbe fuori solo la ricotta, che incide abbastanza, in quanto la ricotta va quai a coprire il costo del latte. Per questo ad alcuni dei più piccoli abbiamo suggerito anche di trovare accordi con quelli più grandi che lavorano anche con le esportazioni. Diciamo che, se i più chiedono un ribasso di 10 centesimi, ci sono caseifici che stanno facendo scelte diverse. E parliamo della Toscana… “.

Il latte viterbese finisce anche in Toscana?
“Il latte dell’Alto Lazio, oltre ad essere venduto nella nostra regione, viene mandato anche ai caseifici della Toscana perché alcuni comuni del Lazio sono stati riconosciuti anche per l’Igp toscana, per il pecorino toscano. E proprio lì troviamo grossi problemi. La Toscana sta facendo degli interventi. Si sta pensando a delle forme di congelamento, di aiuto o direttamente ai pastori oppure direttamente ai casificatori, in maniera che lo possano, se hanno dei problemi, congelare, di modo che venga poi reimmesso sul mercato. Vedremo. Intanto, secondo me, c’è anche chi sta approfittando della situazione. Alla fine agevolazioni, chi più chi meno, sono arrivate a tutte le aziende. Per questo stiamo forzando un po’ la mano. Perché andare a penalizzare il produttore primario?”. 

Qual è il problema di un prodotto a larga diffusione sulle tavole degli italiani come la ricotta?
“Il problema è che la grande distribuzione cerca di rallentare un po’, perché essendo un prodotto che dura 2-3-4 giorni,massimo una settimana, ha paura di tenerla”.

Anche lei ha un piccolo caseificio nella sua azienda…
“Eravamo a chilometro zero, perché io trasformavo tutto, lo mandavo al ristorante dove si portava a tavola o si faceva la vendita diretta alle persone che venivano a pranzo. Adesso mi sono dovuto organizzare e portare la produzione nelle case, facendo l’asporto. Mi chiamano, prenotano, io faccio quasi tutti i giorni il formaggio e funziona”.

Ci diceva che ha anche una gelateria. State lavorando?
“La imposterò allo stesso modo. Il prossimo fine settimana farò una prova, lo pubblicherò sul mio sito e vedremo quello che succede. Farò 5-6 gusti, i più tradizionali, che vanno per la maggiore e vedremo cosa può succedere qui in zona”.

Più in generale come vede il futuro?
“Tra chi parla di fine del mondo e chi invece prevede il ritorno alla normalità, è impossibile fare previsioni. Bisogna ripartire, riaprire, perché se non si muore di Covid, si muore di economia. Però, il vaccino è stato trovato? No. Medicine, una cura bene definita? Non c’è. Se fino a oggi il problema c’è stato, non è che ora sia sparito. E’ vero, siamo scesi sotto soglia. Ma se non ci comportiamo adeguatamente, rischiamo di tornare come prima e di fronte a un’altra chiusura di due-tre mesi allora sarebbero davvero guai enormi”. 

Silvana Cortignani


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11 maggio, 2020

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