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Cronaca - Il primario di Belcolle Giulio Starnini sentito in commissione antimafia - È l'autore dell'elenco finito nella nota del Dap dopo la quale sono stati concessi i domiciliari anche a boss mafiosi

“Mai avrei immaginato che una lista di patologie per il rischio Covid avrebbe portato alla scarcerazione dei detenuti al 41 bis”

di Raffaele Strocchia
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Giulio Starnini

Giulio Starnini

Coronavirus e scarcerazioni - L'audizione di Giulio Starnini in commissione antimafia

Coronavirus e scarcerazioni – L’audizione di Giulio Starnini in commissione antimafia

Viterbo – Giulio Starnini, infettivologo ed epidemiologo, è il primario di medicina protetta all’ospedale di Belcolle. “Da fine gennaio ho collaborato all’elaborazione del piano per il contenimento del Covid nei penitenziari italiani”, ha detto mercoledì in commissione antimafia. L’organo parlamentare presieduto da Nicola Morra, attraverso una serie di audizioni, sta cercando di ricostruire cosa abbia portato, tra marzo e aprile, alla scarcerazione di numerosi detenuti. Tra cui anche boss mafiosi reclusi al 41 bis e nei reparti di alta sicurezza.

“C’era il concreto timore – ha esordito Starnini -, da parte mia ma anche di Paola Montesanti (dirigente dei servizi sanitari del Dap, ndr) e di Giulio Romano (ex dg dei detenuti del Dap, ndr), che la pandemia, oltre a compromettere la salute dei detenuti e degli agenti di polizia penitenziaria, potesse compromettere ancora di più la salute pubblica”.

Starnini è l’autore della lista delle patologie che potrebbero esporre i detenuti al contagio del Coronavirus. Un elenco che è poi finito nell’ormai famosa circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria inviata il 21 marzo a tutte le carceri italiane e che ha portato alla concessione dei domiciliari anche a diversi appartenenti ad organizzazioni mafiose. “Nel documento – afferma Starnini – non ho fatto differenze in base all’età, al sesso, all’orientamento politico, al censo o alla pena. Bensì valutazioni in scienza e coscienza, anche in un contesto difficile come quello penitenziario”.

Il primario di Belcolle dice di aver “fatto una prima nota informale in cui elencavo solamente patologie ed età” a rischio. “Poi il direttore generale (Romano, ndr) mi ha chiesto di formalizzarla e di scriverla, in maniera tale che venisse accettata, sulla base di richieste di contatti al ministero. Che però io ignoro, perché non mi sono mai azzardato a domandare chi fosse a rappresentare il ministero”. La lista “l’ho fatta – aggiunge Starnini – come mi è stata richiesta dal direttore generale. Il Cura Italia (varato dal governo dopo l’esplosione del Covid e le rivolte nelle carceri e che prevedeva, per limitare l’affollamento dei penitenziari, anche la concessione dei domiciliari ai condannati per reati minori, ndr) non scendeva nei particolari di quali detenuti potessero usufruire dei benefici. Credo che sia stato proprio questo decreto a stimolare Romano nel voler avere almeno un elenco delle patologie, anche per aiutare la magistratura nel giudizio. Ma non mi è stata chiesta una distinzione rispetto alle carattaristiche dei diversi istituti o tra detenuti comuni, di alta sicurezza o al 41 bis”.

Starnini sostiene: “Non sono stato informato che la mia nota avesse prodotto una circolare. Della circolare l’ho saputo dalla televisione, poi l’ho letta solamente in seguito”. E ammette: “Non ho pensato alle conseguenze sui 41 bis”. Nella lista sui detenuti a rischio finiscono pure gli over 70. E in commissione Pietro Grasso, ex presidente del Senato e magistrato e leader del gruppo Leu, evidenzia: “Quando ha inserito il requisito sopra i 70 anni già sapeva che non sarebbero usciti i detenuti comuni, perché in carcere non ci sono…”. Ma Starnini ribatte: “I 70enni sono compresi nelle categorie a rischio, ma non ho pensato che ciò potesse avere delle implicazioni sui 41 bis e sui detenuti di alta sicurezza. Mai avrei immaginato a tali possibili risvolti. I detenuti al 41 bis sono sì in un contesto più isolato e controllato, ma in quelle sezioni sono comunque presenti gli operatori”.


“Carceri a rischio Covid quanto le Rsa”
“Le raccomandazioni internazionali – sottolinea Starnini – individuano un rischio da Coronavirus nelle comunità chiuse. Le Rsa, ad esempio, hanno pagato un contributo altissimo di morti. Anche le carceri sono comunità a rischio, perché hanno sovraffollamento e promiscuità che a domicilio non ci sono. La mia preoccupazione era per i detenuti, per gli agenti e per la collettività. La salute in carcere è salute pubblica. Se avessimo avuto 41 bis da ricoverare, non avremmo avuto i posti per le persone comuni. I penitenziari non possono assicurare l’assenza di contagio e le terapie adeguate o preservare la salute dei detenuti o di chi ci lavora. La medicina protetta invece sì. Sono reparti ospedalieri dove è possibile fare le risonanze magnetiche, le tac e avere il rianimatore. Hanno una garanzia di assistenza estremamente più elevata, anzi inimmaginabile per un penitenziario”.


“Impossibile curare i detenuti sia in carcere che in ospedale”
“Il nord Italia e le regioni maggiormente colpite dall’epidemia – dice Starnini – hanno pagato un prezzo notevole anche nei penitenziari. Se non c’erano tamponi e posti letto disponibili per la popolazione generale, figuriamoci per quella detenuta… Molti colleghi hanno dichiarato di non avere disponibilità a curare i pazienti detenuti in carcere né di inviarli in ospedale per fare gli esami. Finora ci sono stati 160/170 casi di Covid fra i detenuti, con un decesso. Ci sono stati casi anche tra il personale della polizia penitenziaria, con ricoveri in rianimazione. Abbiamo contenuto a meno di 200 i casi di agenti infetti e a poche unità quelli finiti in rianimazione. Sono strafelice che non siamo andati incontro a numeri spaventosi e che ad oggi non c’è stato quel disastro che è invece accaduto in altri paesi. Ma questi dati non sono comunque minimamente da sottovalutare”.


Ora la commissione vuole sentire Di Matteo, Ardita e Romano
Dopo aver sentito Starnini e prima ancora Assunta Borzacchiello, la dirigente del Dap che ha firmato la famosa circolare, “l’intenzione – ha annunciato il presidente dell’antimafia Morra – è di procedere alle audizioni dei magistrati Nino Di Matteo, Sebastiano Ardita ma anche di Romano”. Quest’ultimo, subito dopo quelle del capo del Dap Francesco Basentini, ha rassegnato le proprie dimissioni da direttore generale dei detenuti in seguito alle polemiche sulle scarcerazioni facili. “Sono stato colto di sorpresa – non nasconde Morra – dal fatto che si è data notizia delle sue dimissioni per poi riscontrare che vengono ancora prodotti documenti a sua firma. Anche questo lo chiederemo direttamente a Romano”.

Raffaele Strocchia


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12 giugno, 2020

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