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Il giornale di mezzanotte - Civita Castellana - Intervista a Mauro Vaccarotti, segretario generale della Filctem Cgil, sulla ripartenza delle industrie del distretto ceramico

“Il lockdown ci ha messo in ginocchio, ora intervenga il governo”

di Melania Di Marcantonio
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Mauro Vaccarotti

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Mauro Vaccarotti

Civita Castellana – “Il lockdown ci ha messo in ginocchio, ora intervenga il governo”. Il segretario generale della Filctem Cgil, Mauro Vaccarotti indica la via di uscita da una crisi che ha toccato pesantemente il polo ceramico.

Dopo il lockdown e la chiusura forzata a causa della pandemia da Covid-19, anche il distretto industriale di Civita Castellana cerca di ripartire. Pronto a riaccendere i forni e a far tornare al lavoro i suoi operai, seppur nel rispetto di tutte le norme anticontagio. 

Qual è oggi realtà del distretto industriale ceramico civitonico? Negli ultimi anni si sono susseguite una serie di crisi…
“Il distretto industriale di Civita Castellana è una realtà davvero molto particolare che coinvolge otto comuni, dove la crisi cammina, da sempre, di pari passo con le aziende – spiega Vaccarotti -. Inizialmente, parliamo degli anni ’90, questo “spettro” ha colpito il settore delle stoviglierie, creando un grandissimo problema di occupazione femminile, con forti ripercussioni economiche sul territorio, nonostante lo sviluppo delle aziende di sanitari. Nel 2003, la bolla speculativa ha finito di mietere vittime, facendo chiudere definitivamente le ultime fabbriche di stoviglierie e l’unica azienda di piastrelle presente sul territorio si è trovata costretta a vendere il marchio. La ceramica sanitaria – anch’essa fortemente in crisi – fu l’unica che riuscì a resistere sul territorio. Dal 2015, fortunatamente, si è verificata una lenta e progressiva risalita che stava riportando la situazione alla normalità, fino all’inizio di questo nuovo anno che ha registrato un ennesimo stop per via del lockdown imposto dal governo”.

Una stangata per la ripresa delle aziende…
“Avremo fatto volentieri a meno di questo evento eccezionale, dato che le ceramiche si stavano riprendendo bene investendo in nuove idee, incrementando così incassi e introiti. A testimoniare questa ripresa positiva c’era l’attività del sindacato. Eravamo riusciti a sederci a un tavolo con gli esponenti di Confindustria, per rinnovare un contratto integrativo a quello nazionale, anche se poi tutto si è risolto con un nulla di fatto”.

Come hanno vissuto il lockdown dalle aziende?
“Il lockdown è stato un fulmine a ciel sereno per tutti, nessuno sospettava che si arrivasse a una situazione del genere.  Il 23 marzo, con le direttive del governo, le aziende del distretto sono state costrette a fermarsi – in quanto considerate come attività non essenziali – attuando tutte le procedure per lo spegnimento dei forni a tunnel. Il lockdown ha portato un territorio intero a fermarsi. Per l’esattezza 2203 lavoratori, più di 1800 operai, per un totale di 44 aziende ceramiche. Inoltre, le nostre aziende, rispetto ad alcune del nord, non hanno avuto neanche la possibilità di stoccare i materiali che avevano in magazzino, creando così una notevole disparità tra le due realtà”.

Qual è la situazione attuale della cassa integrazione? Si è tornati a lavorare a pieno regime?
“Abbiamo avuto le prime richieste di cassa integrazione dall’inizio di marzo, ancora prima del blocco totale. A oggi, nessuna azienda lavora a pieno regime, i lavoratori si alternano su turni, rientrando così a lavoro su rotazione. Questa ripresa così lenta dipende molto dai mercati in cui le fabbriche sono presenti. Infatti, se in Italia la situazione si è normalizzata, non è così per tutti i paesi europei ed extra europei con cui le nostre aziende lavorano. Se vogliamo parlare di cassa integrazione, invece, dobbiamo dire che durante la fase di stop forzato alcune ceramiche del distretto hanno usufruito di questo “ammortizzatore sociale”, seguendo le disposizioni dettate dal governo. Molte aziende, le più grandi o quelle con più forza economica, sono riuscite ad anticipare le rate della cassa integrazione. Le altre, invece, hanno aspettato i tempi della burocrazia. Ad oggi, il sussidio è stato pagato a tutti”.

Come si sono comportate le aziende del distretto all’inizio del lockdown?
“E’ giusto segnalare il comportamento responsabile che alcune ceramiche hanno adottato. Dopo essersi opportunamente informate sul Covid-19 ancor prima della decisione del governo, hanno bloccato la produzione, concedendo permessi e ferie ai propri dipendenti quando non erano in grado di farli lavorare in condizioni di sicurezza”.

Le norme anti-contagio sono state e vengono rispettate?
“Sì, le norme anti-contagio sono state e vengono rispettate. Naturalmente, all’inizio della fase due, con le riaperture, si sono riscontrate delle difficoltà per il reperimento dei dispositivi di protezione individuale, come le mascherine (il cui uso è stato reso obbligatorio anche agli operai dei magazzini), e i gel igienizzanti. La situazione si è regolarizzata con il passare del tempo, tanto che ora non si registrano problemi. Inoltre, un encomio doveroso va esteso ad alcune aziende del distretto. Queste hanno deciso di stipulare un’assicurazione sanitaria per tutti i dipendenti nel malaugurato caso in cui questi dovessero contrarre il Covid-19, sia sul posto di lavoro che non”.

Durante l’intero periodo di chiusura, quali sono stati i rapporti con governo e regione Lazio?
“Per quanto riguarda il governo, non abbiamo ricevuto nessun tipo di comunicazione e non abbiamo avuto nessun tipo di contatto, nonostante il distretto industriale rappresenti il 3% del pil di tutta la regione Lazio. Come sempre, si sono dimenticati di noi. Diversamente, la regione ci ha espresso la sua vicinanza e la sua solidarietà, concedendoci anche incentivi economici, attraverso l’assessore del lavoro Di Berardino. Si è sempre mostrato molto attento alle necessità di questo distretto, che conosce molto bene, in quanto ha partecipato a molti incontri e iniziative da noi organizzate, come ad esempio quelli sulla silicosi. Quindi la regione ci è accanto e ci sostiene, dimostrandosi sempre disponibile e attenta nei nostri confronti”.

Ci sono state aziende che si sono riconvertite durante questo periodo di crisi?
“Riconvertire un’azienda che si occupa di sanitari, è davvero molto difficile. Quindi se parliamo di una realtà, anche piccola, che fino al giorno prima di occupava di ceramica e il giorno dopo ha smesso la sua produzione per iniziare una nuova di gel sanificanti o mascherine, no. C’è stato un caso, però, di una piccola azienda tessile, che durante questo periodo difficile ha deciso di “riconvertirsi”, in qualche modo, e decidere di concentrarsi sulla produzione di mascherine in stoffa, lavabili e riutilizzabili, aumentando così la sua produzione e ricevendo una boccata d’aria fresca nonostante il periodo particolarmente difficile e complesso”.

Uno sguardo al futuro. Quali soluzioni per superare questa crisi?
“Le soluzioni passano attraverso l’innovazione delle aziende e l’adozione di nuovi prodotti. E’ stato progettato proprio qui, nel distretto industriale di Civita Castellana, un nuovo sistema di scarico per il bagno che permette di risparmiare molti litri d’acqua, favorendo un notevole risparmio economico e limitando l’impatto ambientale. Naturalmente per far sì che l’adozione di questo brevetto rappresenti un punto di svolta per le aziende del territorio, ci sarebbe bisogno di un intervento da parte del governo che incentivi nell’immediato la sostituzione dei vecchi sistemi di scarico con i nuovi. Questo porterebbe uno sviluppo e un possibile boom economico della Tuscia, grazie a posti di lavoro che si verrebbero a creare e alla possibile nascita di nuove realtà produttive. Noi, come sindacato, abbiamo portato da sempre nelle piazze le nostre proposte e le nostre aspettative e richieste, rimanendo delusi. Siamo convinti che il dialogo sia la strada migliore per far valere le nostre idee e siamo in attesa che qualcuno ci ascolti. Chissà se prima o poi qualcuno lo farà”.

Melania Di Marcantonio


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27 luglio, 2020

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