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Il giornale di mezzanotte - L'opinione del sociologo

Un prete che sposa due donne e… il cammino della chiesa nella modernità

di Francesco Mattioli
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Don Emanuele Moscatelli

Don Emanuele Moscatelli

Viterbo – Che un parroco cattolico si svesta del suo ruolo e come cittadino celebri un matrimonio civile tra due donne è qualcosa che assomiglia molto al famoso caso dell’uomo che morde il cane, che nel gergo giornalistico rappresenta la “notizia” per eccellenza (Bogart, 1882).

Ma quel che conta non è tanto capire perché l’ha fatto: ha voluto aiutare due persone che erano sue amiche? Ha voluto dare un segnale alla chiesa? E’ il punto critico, forse terminale, di un percorso di cambiamento di vita individuale? Se a qualcuno preme di saperlo, glielo vada a chiedere.  Né interessa valutarne le conseguenze: il vescovo che inevitabilmente lo sospende, lui che accetta la sospensione, la possibilità di giungere ad un ravvedimento personale, ecc.

Quel che interessa è invece se da questo singolo episodio si possa prendere spunto per abbozzare un discorso più generale sulla Chiesa cattolica.  Perché, parliamoci chiaro: un sacerdote che unisce in matrimonio due donne con rito civile non è normale; non perché non possa accadere, ma perché da un sacerdote che amministra i sacramenti sull’altare ci si attende l’adesione a certi principi e il rispetto di certe regole. Altrimenti salta tutto, si genera confusione, dubbio, allarme e tutte le vacche nella notte delle incertezze diventano nere: a questo punto si potrebbe persino sospettare – che so –  che, novello Pietro di Praga,  non creda neppure al miracolo della transustanziazione, mentre distribuisce le ostie.

Il Concilio Vaticano II è stato uno sforzo immane di adeguamento della Chiesa cattolica ad un  mondo diverso, che chiedeva novità non tanto di natura teologica, quanto nell’applicazione pratica della Carità: quindi, nelle risposte, negli impegni, nell’aiuto e nella comprensione di fronte ai problemi emergenti.   Occorre dare atto alla Chiesa che, in forma e in sostanza, molte cose ha cambiato in questi ultimi decenni. Pretendere che di punto in  bianco rivoluzioni duemila anni di dibattito teologico magari è eccessivo, ma il “Chi sono io per…” di papa Bergoglio è già un segnale importante, tant’è che ha scatenato la reazione della parte più retrograda e sanfedista dei cattolici e ha stimolato le speranze di quelli più avanzati.

In questa attuale temperie uno dei problemi più impegnativi per la Chiesa è certamente la crisi delle vocazioni. Dipende da varie circostanze, che gli studiosi hanno ampiamente delibato. Dall’irrompere del razionalismo alla secolarizzazione della società, dalla crescita della religione fai-da-te al cambiamento dei ruoli e delle prerogative di genere, dal tradizionalismo di certe forme organizzative della Chiesa all’affievolimento generale del senso di responsabilità individuale nel mondo occidentale, fino a chiamare in causa una più generale complessità della vita moderna e l’esplosione di quel senso dii incertezza che non travolge solo le ideologie, ma anche le religioni e più in generale i sistemi di valore.   Che molti sacramenti siano ora delegati ai laici è un segnale inequivocabile di apertura necessaria al nuovo, una sorta di inevitabile sacrificio di certe prerogative che dipendono proprio dalla crisi  vocazionale. Senza contare che molti dei nuovi “preti” – ma anche molte delle nuove “suore” – esprimono un modo diverso, socialmente e talvolta  teologicamente più flessibile di intendere i propri ruoli, con vocazioni che non escludono un  profondo coinvolgimento nel complesso delle dinamiche sociali.

La chiesa d’altronde si trova incalzata da varie parti; da destra, da sinistra, da chi la vuole attaccata alle sue tradizioni  a chi la vuole aperta alle nuove battaglie civili, da chi la vuole in pace e chi in guerra, da chi la vuole politicamente impegnata a chi la vorrebbe avulsa dalla realtà effettuale  e fedele solo a sé stessa. Ma poi, fedele a cosa, esattamente? Ai Vangeli? All’Autorità magistrale? Per rispondere a queste domande occorrerebbe distinguere tra fede, che può essere immutabile nei referenti se non nell’intensità, e religione, che invece è pratica sociale e quindi prodotto della storia.

Occorre considerare che la Parola di Gesù venne precocemente integrata e in parte rielaborata dagli stessi evangelisti, che pur riportando sostanzialmente parole e opere del Cristo, presentano interpretazioni e sottolineature diverse, poi da Paolo e più oltre dai Padri della Chiesa. Tuttavia le basi del Cristianesimo – lo afferma Gesù in tutti e quattro i vangeli canonici – stanno nei due comandamenti fondamentali che legano i cristiani alla fede in Dio e all’amore reciproco tra gli esseri umani (vedi ad esempio in Mt 22, 37-40).  Tutto il resto è tradizione, prodotto ermeneutico del Magistero, cioè Storia, nel bene del giusto discernimento dei principi dell’etica cristiana, e nel male dei condizionamenti della cultura, della politica e dell’economia. Una tradizione che, debitrice dei costumi dell’epoca,  cominciò a delineare le differenze di genere nelle funzioni e nelle gerarchie ecclesiastiche, che introdusse il celibato ecclesiastico, che progressivamente si confuse talmente con la Storia, da produrre accanto alle opere di carità cristiana, alla difesa dei poveri e degli esclusi, anche papi in corazza, cardinali firmatari di condanne a morte e di persecuzioni, atti di educativa pederastia, in una girandola di contraddizioni che sono proprie, appunto, della Storia, che è sempre storia di uomini  e sovente di poveri uomini.

Come sorprendersi allora se, a volte, spuntano casi eccezionali come quello del parroco di S. Oreste?  Come ignorare che accanto a questi casi così singolari ce ne sono altri molto più diffusi e altrettanto, se non più, problematici?  Varie indagini indipendenti di ieri e di oggi (Burgalassi, Garelli, Introvigne, Cipriani) colgono il disagio delle nuove generazioni, chiamando in causa le dinamiche della secolarizzazione e le contradditorie risposte della Chiesa; si fa notare che non a caso la perdita delle vocazioni è più grave tra i cattolici che tra i protestanti, e sembra avere un qualche riscontro nell’esclusione delle donne dal sacerdozio e nel celibato dei preti, due ostacoli all’avvicinamento dei giovani al sacerdozio. In tal caso, la Chiesa dovrebbe prendere coraggio e realizzare una piena parità tra i sessi anche all’interno delle sue gerarchie e delle sue organizzazioni? Dovrebbe forse portare fino in fondo il recupero della sfera sessuale dell’Uomo non già come luogo delle tentazioni  – se così fosse dovremmo reprimere o abolire il potere, il danaro, persino il sapere filosofico e scientifico  e forse anche l’arte – ma come naturale espressione della grandezza di Dio? Difficile dare risposte chiare, e tanto meno azzardare risposte definitive. Ma in ogni caso qualche tenue segnale di cambiamento si intravede già, tant’è che si vanno scatenando le inconsulte reazioni dei fedeli più conservatori, che accusano papa Francesco di portare la chiesa sull’orlo del baratro.

Lasciamo stare la vicenda in sé di don Emanuele, senza tante strumentalizzazioni. Ma prendiamone spunto per riflettere sul cammino della chiesa cattolica nell’accidentato percorso della modernità. Un fatto è certo: diventano sempre più evidenti nella Chiesa cattolica, o meglio nella “religione” cattolica, le contraddizioni di principio e la sopravvivenza di regole estranee alla cultura moderna, che disorientano le nuove generazioni, abituate ad una diversa visione etica del mondo, fondata tra l’altro sulla parità di genere e su una concezione non fobica della sfera sessuale;  una visione etica che innanzitutto pone al centro il concetto di uguaglianza. Un concetto, peraltro, che non nasce con la Rivoluzione francese, come atei, agnostici, liberi pensatori e mangiapreti vorrebbero far credere, ma proprio con il Cristianesimo (Atti, 10, 34-35; Galati, 3, 26-29).

Francesco Mattioli


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26 luglio, 2020

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