Viterbo – Hanno ragione da vendere Carlo Galeotti, Antonello Ricci e Renzo Trappolini quando osservano che Viterbo non è stata soltanto città felliniana, ma location di numerosissime opere dei maggiori registi italiani; senza contare i serial televisivi, dal Maresciallo Rocca al recente Comma 22, che ha riproposto al pubblico internazionale un angolo della Roma anni quaranta ricavata tra le vie e le piazze di Viterbo.
A tal proposito, strano destino quello della Loggia del Palazzo dei Papi, ieri immaginata affacciarsi sul mare nell’Othello di Orson Welles, oggi cornice screpolata dai bombardamenti per il Cupolone di San Pietro… E non solo Viterbo, ovviamente, ma l’intera provincia con i suoi borghi antichi e la sua campagna ancora integra. Singolare il caso della chiesa di San Pietro di Tuscania, addirittura ricostruita negli studi di Cinecittà nel film Lady Hawke, di Richard Donner, al fine di conciliare la perfetta ambientazione medievale e la tutela del suo pavimento cosmatesco.
La scelta della Tuscia e di Viterbo in particolare derivano sostanzialmente da due criteri. Per i film in costume, dalla bellezza e dall’integrità dei centri storici, dal momento che sono rari quelli che hanno mantenuto le sembianze duecentesche, visto che molte città italiane nel XV secolo, all’epoca delle signorìe, furono investite da un fortissimo rinnovamento urbanistico che decretò la distruzione del più vecchio tessuto abitativo. Tanto per fare un esempio, le decantate mura che circondano Lucca sono del ‘500, tre secoli abbondanti più tarde di quelle viterbesi. Per i film ambientati nel tempo attuale, la scelta dipende invece dalla possibilità di godere di spazi urbani che da un lato possono essere facilmente delimitati senza incidere più di tanto sul traffico e sulla vita socioeconomica della città, e dall’altro che non presentino peculiarità tali da essere altrimenti identificabili.
E qui sta il punto. Nessuno si sognerebbe di girare scene cinematografiche a piazza del Campo a Siena, davanti al duomo di Parma o alla cattedrale di Noto spacciandone l’ambientazione per qualcosa d’altro. Nessuno immaginerebbe il mare dietro il Palazzo Ducale di Mantova o quello di Urbino, nessuno collocherebbe uno scorcio di Rimini sulla piazza principale di Catania o girerebbe i Promessi Sposi davanti al duomo di Orvieto. Perché si tratta di scenari conosciuti non solo in Italia, ma anche all’estero e perfettamente “assegnati” nell’immaginario collettivo a una città e a un ambiente storico e urbano. Nessuno inoltre si sognerebbe oggi di bloccare la vita commerciale del centro di Roma o di Milano e perfino l’ambientazione trasteverina di questi tempi si ricostruisce in qualche paesino dei castelli romani.
Insomma, per capirci: Viterbo è una perfetta location cinematografica perché è anonima, sconosciuta ai più, pittoresca forse, ma con il rischio che qualche cinefilo cerchi disperatamente il Palazzo dei Papi a Venezia o a Roma, piazza delle Erbe in Romagna e certe ambientazioni di San Pellegrino viste ne “I Medici” in qualche piazzetta fuori mano del centro di Firenze.
Dice: però la città ne trae vantaggi economici, perché le troupe spendono e risarciscono. Perché nei titoli di coda si ringraziano (da qualche anno a questa parte, prima non si faceva) le città e i comuni che hanno messo a disposizione i loro spazi urbani. Non so se c’è qualcuno che si sofferma fino a questo punto della coda, in genere le citazioni e i ringraziamenti avvengono proprio alla fine, ma mi risulta che persino i cinefili non arrivino in genere a tanto.
Quindi, parliamoci chiaro: tanto orgoglio campanilistico, certo, nel ritrovare la Viterbo felliniana, quella di Sordi e persino quella di George Clooney. Ma se escludiamo la Viterbo di Proietti-Rocca e Capitani, chiaramente identificata anche grazie all’irripetibile Macchina di Santa Rosa, l’uso della città come location cinematografica potrebbe aver suonato come una beffa. Viterbo è stata scelta perché fungibile, senza identità, senza che alcuni la riconoscano per quella che è.
Molti anni fa seguii una tesi di laurea sulle comparse cinematografiche. Così scoprii che le comparse dovevano avere volti anonimi, che non dovevano risaltare, che potevano essere usate in contesti diversi senza che l’attenzione dello spettatore fosse distolta, con la loro presenza, dalle scene recitate dai protagonisti. Così, quelli che si illudevano di trovare un posto al sole nel cinema partendo dal basso, restavano sistematicamente delusi. Le rarissime eccezioni nelle biografie dei divi del cinema, peraltro spesso false o forzate, non cambiano le carte in tavola.
Tranne qualche inguaribile sognatore, i più sapevano di dover essere coreografie ai margini o sullo sfondo della scena. “E allora, perché fa la comparsa?” chiedeva il ricercatore. “Per il gusto di esserci”. “Perché mi riconoscono gli amici e i parenti”. “Per fare due soldi”. Le risposte.
Ecco, Viterbo è l’anonimato della comparsa, non gode delle peculiarità e del successo dei protagonisti. Non le è concessa neppure la battuta “Il pranzo è servito”. Un anonimato, necessario per la produzione, che non è tale solo per chi, come i suoi cittadini, conosce bene la città e si inorgoglisce di quella presenza sugli schermi. Ma poi, nel firmamento universale del cinema, Viterbo resta solo una stellina tra le tante che vanno a comporre una costellazione, senza nome proprio.
Personalmente, preferirei una Viterbo irripetibile. Quella di chi, in Italia o all’estero, vede la Loggia Papale e dice: “Ehi, quella è Viterbo”. Come direbbe: “Ehi, quella è Orvieto”. O Siena. O Urbino. O Nola. Non c’é bisogno di essere Firenze, Venezia, Milano o Pisa.
Si tratta di saper vendere una precisa identità, di sottoporsi ai provini non per fare la comparsa, ma per recitare un ruolo proprio. Ci vuole fantasia, determinazione, progettualità, bando ad ogni provincialismo.
Economicamente, ma anche culturalmente, penso che la città se ne gioverebbe di più.
Francesco Mattioli
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