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Il giornale di mezzanotte - Coronavirus - Il direttore della clinica di malattie infettive del San Martino di Genova sostiene che il Covid-19 sta perdendo forza, che la sua pericolosità è in diminuzione e che c’è troppo allarmismo in giro

Caro Bassetti, lei sta sbagliando tutto in fatto di comunicazione del rischio…

di Francesco Mattioli
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Il test del Coronavirus

Il test del Coronavirus

 

Genova - Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del San Martino di Genova

Genova – Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive del San Martino di Genova

Viterbo – Illustrissimo professor Matteo Bassetti, lei è un luminare della medicina e in particolare dell’infettivologia e non oserei mai contestare le sue parole; anzi, esse mi confortano perché sta dicendo in  pratica che il Covid-19 sta perdendo forza, che la sua pericolosità è in diminuzione e che c’è troppo allarmismo in giro. 

Qualcuno ha obiettato che i casi non sono in decrescita e che la letalità è diminuita perché ormai l’età mediana è sui trent’anni, complici le discoteche aperte e gli assembramenti giovanili durante la movida. Ma siccome lei mi assicura che ha i reparti di terapia intensiva della sua clinica di malattie infettive, al San Martino di Genova,  pressoché sgombri, tiro un sospiro di sollievo.

Ora però, illustrissimo professore, io non sarò un luminare della comunicazione, ma di comunicazione ne so molto più di lei, per cui nel merito di questa mi tocca bacchettarla: lei – ahimé  – per quanto ormai personaggio mediatico, sta sbagliando tutto in fatto di comunicazione del rischio.

Lei ha già commesso un errore, quello di partecipare a un dibattito organizzato da negazionisti del Covid-19, quelli che ieri e ieri l’altro contestavano l’uso della mascherina, consideravano il lockdown un’offesa al diritto fondamentale del genere umano alla libertà, trascurando magari quello altrettanto fondamentale alla salute. Le sue parole, ineccepibili se pronunciate in un contesto prettamente scientifico, sono state strumentalizzate allegramente da costoro, quasi volessero dimostrare che la scienza stessa era dalla loro parte.

Il secondo errore è stato quello di esprimere il suo pensiero nel momento cruciale in cui i giovani stavano dilagando negli assembramenti che sono loro congeniali, nei bar, nelle discoteche, nei luoghi promiscui delle vacanze anticonformiste. Vede, i giovani sono insofferenti alle regole per definizione, specie se queste provengono da un mondo adulto che considerano alieno, soffocante, serioso. Hanno i loro rituali, i loro idoli santificati sul web: pensi a quella ragazzina sedicenne che ha tirato su un milione di followers sui social solo per aver confessato di essersi sottratta al lockdown. 

Caro professore, quando lei ha ripetuto le sue convinzioni sui media, lo ha fatto anche a questi giovani, istituzionalmente diffidenti, in cerca di un punto debole nello schieramento della società adulta per legittimare i propri comportamenti e per sottrarsi alle regole.

Tenga conto che già i giornali tendono a semplificare il pensiero altrui, sottolineandone soprattutto la dimensione più provocatoria, più stimolante, quella che desta l’attenzione del lettore, quindi del mercato dell’informazione: lei forse non conosce quel detto giornalistico secondo cui se un cane morde un uomo non è una notizia, se un uomo morde un cane lo è. Così, consegnando il suo pensiero al giornalista della carta stampata o della tivvù, non si è trovato di fronte un consesso di colleghi capaci di valutare le sue dichiarazione per il loro valore scientifico, ma una massa di persone che non aspettavano altro che lo start di un giudice di partenza  per precipitarsi a correre verso il traguardo di una irresponsabile liberazione.

Ci ha pensato a questo? Probabilmente no. Guardi, è in buona compagnia: non sempre gli scienziati sanno comunicare altrettanto bene di quanto sappiano studiare e applicare la loro disciplina. Solo che in una società ipertecnologica che ormai pende dalle labbra della scienza (e per fortuna, sennò saremmo in mano agli stregoni) non si possono commettere errori di comunicazione e occorre attrezzarsi in modo da divulgare il verbo scientifico in modo prudente, più responsabile, più attento a quali possano essere le conseguenze sociali e mediatiche di certe valutazioni.  

Si ricorda quei neuroscienziati che dicevano di aver scoperto nel cervello umano il centro dell’amore, della generosità, della gelosia, dell’invidia? Detto così mandavano a catafascio migliaia di anni di decaloghi, di filosofie, di sistemi morali, affidando l’emancipazione dell’uomo a un bisturi ben indirizzato. Ma le cose non stavano esattamente così…

Questo, ovviamente, sempre che qualche scienziato non si presti a sostenere un’opinione o una strategia politica proprio per scardinare, buttando là una certa informazione, il sistema cognitivo dello schieramento avversario. Del resto, neanche la scienza – come peraltro i media –  è così neutrale come vorrebbe fra credere.

Francesco Mattioli
Già professore ordinario di Sociologia e di Sociologia della sicurezza urbana nella facoltà di Scienze politiche,
Sociologia e comunicazione  dell’università di Roma “La Sapienza”


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22 agosto, 2020

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