Viterbo – Prima che la società contemporanea si inventasse la figura dell’influencer, esisteva già uno sparuto gruppo di esseri umani che per la propria storia personale, per gli esempi di vita, per il carisma, per l’intelligenza, per il saper vivere riuscivano, senza che questo fosse il loro obiettivo, ad agire in modo determinante sull’animo altrui.
Quelle persone, per capirci, che a forza di vederle e di ascoltarle ti facevano dire “voglio essere come loro”, non certo per il glamour di uno scatto ben costruito o per una caption ben scritta, ma per quello che erano riuscite a realizzare nella propria esistenza.
La mia influencer ci ha lasciato domenica mattina: si chiamava Franca Valeri.
Fin da quando la vedevo in televisione da bambino, volevo anch’io quell’ironia, quell’intelligenza, quella sagacia, quella lucida capacità di analizzare quanto mi circonda e metterlo intelligentemente alla berlina riassumendolo in una battuta di quelle che avrebbero fatto ridere tutti ma il cui vero significato sarebbe stato compreso da pochi.
Il suo amore viscerale per l’opera lirica mi ha regalato la fortuna di poterla incontrare più volte e persino, con mia grande fatica, di poterle dare del tu. Non cadrò nell’errore di raccontarvi quella volta che, e quell’altra in cui: detesto quando mi tocca leggere ricordi di persone scomparse che, in sostanza, si possono riassumere con “che grave perdita, ora parliamo di me”.
Posso solo dire che ogni volta che la vita mi ha donato la possibilità di starle vicino, qualunque fosse la circostanza, dentro di me si muovevano sempre due sentimenti: l’affetto riconoscente e la reverenza, come se una vocina mi dicesse “ti parrà impossibile, eppure sei qui”. Ogni volta.
Quando le proposi di venire a Viterbo a raccontarsi e cenammo prima dell’intervista la vidi fragile e provata, insolitamente silenziosa, poi salì sul palco, montò l’applauso, si accese, si trasformò, tenne banco per oltre un’ora filata agganciando una platea che pendeva dalle sue labbra. Questo.
E poi successe che per una mostra torinese ci inventammo, con Davide Livermore, di farle un omaggio mettendo nella banda audio un personaggio molto simile alla sua “sarta romana”, cui prestai la voce. Un quotidiano si ingannò e scrisse che la perla della mostra era l’inconfondibile voce della grande Franca. La chiamai con vivo imbarazzo spiegandole che l’avevo fatta grossa. Disse “ti hanno scambiato per me? Oh, sai, l’imitazione è il più bel complimento che si possa ricevere”. Fine del discorso.
Fa uno strano effetto scrivere queste righe mentre sullo schermo del computer scorrono le sue immagini dell’intervento al Teatro Valle Occupato, e sentire la sua voce che dice: “Avete fatto bene a occuparlo! Non schiodatevi da quelle poltrone!! Devono venire qui con una proposta precisa, non abbiamo tempo per aspettare l’ordine della burocrazia. Siamo in tanti qui dentro che saprebbero guidare un teatro. Non ce lo offriranno mai”.
Grazie, Franca. Grazie per i tuoi cento anni di amore per il teatro e per l’opera lirica, per la sagacia, per l’intelligenza, per l’ironia lucida e sottile. Ma soprattutto grazie perché hai insegnato a molti di noi a non arrenderci. Mai.
Alfonso Antoniozzi
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY