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Viterbo - Recuperate importanti notizie sul trascurato Castello nella frazione

Quando Tobia, al tempo Petrignano, era feudo del comune di Viterbo

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Tobia

Tobia

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Recuperate importanti notizie sul trascurato Castello di Petrignano nella frazione viterbese di Tobia, con tutte le sue vicissitudini legate al capitano Vitale d’Aversa che lo distrusse nel 1245, e la sua successiva infeudazione, da parte dei consoli di Viterbo, a favore della famiglia Cordelli, constatato  che agli inizi del XV secolo con il toponimo Petrignano si indica ormai tutta la zona, oggi chiamata anche Tobia, per la quale l’amministrazione del Patrimonio continua ad esigere un censuo annuo e a nominare un castellano, incaricato di gestire i numerosi casali della zona, comunque ricadenti nella giurisdizione di Petrignano, nonostante non esista più il fortilizio.

Constatato che della chiesa di Petrignano, oggi, sono rimaste soltanto pochissime parti diroccate dei lati perimetrali lunghi, continuiamo la nostra ricerca sull’intera frazione al tempo chiamata Petrignano e oggi chiamata, non si sa perché, Tobia.

 Nella prima metà del XIV secolo il castello di Petrignano risulta far parte del “comitato o distretto viterbese” insieme ad altri 44 castelli “distrutti o caduti in rovina”.

 Il Comune di Viterbo, al tempo, aveva in gran parte, dove più e dove meno, “… diritti signorili e di alto dominio; e in molti aveva esercitato ed esercitava ancora la sua giurisdizione, o coll’inviarvi di sei in sei mesi un podestà ed un notaio – come scrive Cesare Pinzi sulla sua Storia della città di Viterbo – per l’amministrazione della giustizia, o col darli in feudo a baroni e nobili della contrada verso l’obbligo di pagargli un tributo annuale, di condurre sul suo mercato il sovrappiù dei frumenti e delle grascie [nel medioevo così si indicavano i viveri in generale] prodotte dalle terre infeudate, o di venire essi stessi con un determinato numero di cavalli a servire l’esercito viterbese, quando la città levava milizie per la guerra”.

Prestazioni feudali, queste, che sotto il governo della famiglia di Silvestro Gatti “erano così male adempiute dai baroni e tanto fiaccamente reclamate dal Comune, – continua il Pinzi – che soli sei castelli, Bagnaia, Sipicciano, Canepina, Roccalvecce, Celleno e Montecalvello riconoscevano la signoria di Viterbo. Gli altri, o copertamente inobbedienti o apertamente ribelli, s’erano andati a poco a poco sottraendo a tutti i loro doveri di vassallaggio, facendosi scudo della Chiesa, che li accoglieva a braccia aperte per restringere l’egemonia del comune capoluogo”. Compreso il territorio di Petrignano.  

Sottolinea Cesare Pinzi che la cattiva gestione amministrativa di Silvestro Gatti su Viterbo “fu tanto esiziale, da aver dato la prima spinta alla decadenza politica della città”.

 Relativamente al territorio di Petrignano vale la pena di ricordare un altro particolare interessante.

 Dopo l’elezione di Papa Sisto IV, al secolo Francesco della Rovere, avvenuta il 25 agosto 1471, i viterbesi, per portargli le congratulazioni, i sentimenti di devozione e di omaggio della città, scelsero tra i notabili del Comune quattro tra le più spiccate personalità: messer Francesco Brigidi dottore in legge, Galeotto Gatti, Giacomo Nicolassi e Giacomo Almadiani.

Dovevano andare a Roma e chiedere al papa anche la grazia di “ordinare che nei tre grandi tenimenti di Viterbo, la Commenda, la Palanzana e Petrignano, si potessero condurre al pascolo i bovi aratori impegnati nelle sementi di tutto il territorio comunale, perché potessero così lavorare una maggior quantità di terre e preparare più estese messi di frumento”.

Il papa, circa la grazia richiesta, li rimandò alle decisioni del cardinale Latino Orsini suo camerlengo. Ma mentre tre delegati “dimostravano le ragioni e l’impellenza della loro domanda” Giacomo Almadiani iniziò a contraddire i suoi colleghi viterbesi con “losca improntitudine” negando che “i tre tenimenti in questione facessero parte del distretto del Comune e dicendoli uno speciale territorio della Camera apostolica. Ne nacque uno scandaloso litigio, degenerato presto in contumelie in cui tutti davano sulla voce all’Almadiani.

Il camerlengo troncò imperiosamente il battibecco, e, riferendosi alla volontà del pontefice diede luogo alla richiesta concessione. Dopo di che, tornati gli ambasciatori in patria e riferito l’accaduto al Consiglio Generale questi bollò l’Almadiani con la nota di fellonia, per aver tradito la pubblica fiducia e tentato di far prevalere certi suoi interessi su talune terre di Petrignano, e lo condannò alla espulsione perpetua da tutti gli offici del Comune, estendendo questa pena a tutti i suoi figli, eredi e successori”.

 Il cronista Della Tuccia ci riferisce sulla scontentezza della pena inflitta all’Almadiani perché a Narni “ad uno degli ambasciatori che operò contro la comunità gli furono per questo scarcate le case”.

Silvio Cappelli


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21 agosto, 2020

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