Viterbo – Oggi 14 settembre, per questa nostra città non è un giorno qualunque. Esattamente duecento anni fa infatti veniva al mondo il garibaldino Pietro Rossi, unico viterbese inserito nell’elenco ufficiale definitivo dei Mille di Marsala pubblicato sulla Regia Gazzetta Ufficiale in data 12 novembre 1878. Praticamente un eroe nazionale.
Eroe di tutti, nessuno escluso: simbolo ideale cioè sia del “paese” Viterbo che del più vasto Paese Italia. Eroe di cui però – ahimè – le istituzioni cittadine si dimenticarono già dai giorni della breccia di porta Pia. Così che nessuna memoria pubblica resta di lui oggi nella sua città. Laddove, in tempi così travagliati, proprio il suo coraggio e il suo amor di patria dovrebbero essere additati a esempio per le generazioni future.
Nella prima parte del pezzo che segue, Antonello Ricci rievoca le tappe dell’avventurosa riscoperta della figura del garibaldino dimenticato di Viterbo; nella seconda ne tratteggia un profilo biografico.
Non sarà giunta l’ora?
Fu intorno al 2010. Fu il critico letterario Massimo Onofri a parlarmene per la prima volta. Se n’era accorto durante un viaggio in Sicilia: fra i Mille di Marsala c’era un viterbese. Uno soltanto. Incuriosito, cominciai a inseguire le flebili tracce di questo fantasma della storia. Frugai pazientemente fra carte polverose e vecchi libri di storia locale. E pian piano il personaggio, squisitamente ottocentesco, di quest’eroe senza nome e senza volto riaffiorò da quasi due secoli di oblio.
Frugali-preziosi dati spuntarono fuori da “Viterbo nella storia della Chiesa” di Giuseppe Signorelli. Dall’anagrafe di Castel Giorgio arrivò il certificato di morte. Ma toccò al più esperto conoscitore di archivi viterbesi, l’impagabile Noris Angeli, mettere insieme la maggior parte delle fonti: carte della polizia pontificia, atti parrocchiali e via dicendo. Così la malinconica e avventurosa vita di Pietro Rossi garibaldino poté trasformarsi in un racconto inventato-dal-vero.
Nel contempo le splendide intavolature di Alfonso Prota fecero del racconto un divertente e raffinato albo a fumetti (“Vittoria!”) edito per i tipi di Davide Ghaleb “Il Santissimo”. Nel corso di quella stessa estate storia, racconto e albo divennero uno spettacolo teatrale, portato ripetutamente in scena e con successo, negli anni a seguire, dalla Banda del racconto: Michela Benedetti, Domenico Coletta, Sara Grimaldi.
Sul palco Pietro Rossi era interpretato sia da Olindo Cicchetti che dall’attore Pietro Benedetti. Il mio fraterno amico musicista Silvio Ciapica ne ricavò invece una scanzonata canzone-inno che riproponemmo in vari concerti.
La giovanissima consigliera comunale Chiara Frontini riusciva a rintracciare i discendenti dell’eroe nazionale. Prima la dolcissima Graziella delle suore di San Giovanni in via Mazzini (e l’andammo a trovare con tutta la Banda); poi il pronipote diretto Aldo Rossi da Roma, che seppe regalarci ulteriori straordinari frammenti di memoria.
Nella seduta del 6 febbraio 2014 infine, con deliberazione all’unanimità, il consiglio comunale di Viterbo riconosceva la “valenza storica del garibaldino viterbese Pietro Rossi” contestualmente auspicando la “apposizione di una lapide commemorativa in suo onore”. Non sarà giunta l’ora?
A proposito dei Mille. Non tutti sanno che l’elenco ufficiale e definitivo degli eroi di Marsala, pubblicato italico more sulla Regia Gazzetta Ufficiale ben diciotto anni dopo l’impresa, era il novembre del ’78, annovera soltanto un viterbese.
Si chiama Pietro Rossi, l’eroe dimenticato di Viterbo, e già il nome non aiuta di suo. A quella data, oltretutto, egli è già bello e morto (a Castel Giorgio di Orvieto, chissà come e chissà perché, nel giugno del ’76). Oggi, ahimè, di questo garibaldino di razza, senza medaglia né pensione, senza neanche il ritratto del fotografo Pavia (quello dell’Album dei Mille, per capirci), nella sua città nessuno si ricorda più.
Che fosse nato nel settembre 1820, per esempio. Che facesse il caffettiere in contrada San Luca, in tempi in cui i caffè erano ritrovi ove si discuteva soprattutto (e ardentemente) di politica. Che s’era tolta in moglie, nel ’48, la sua amata Maria. Nozze celebrate nell’allora chiesa parrocchiale di San Faustino. Maria che gli avrebbe sfornato nove figli (alcuni dei quali, come allora succedeva sovente, morirono ancora in fasce). Che l’ultimo di questi figli veniva concepito nel febbraio del ’60, cioè un pugno di settimane prima che Pietro corresse a Quarto per andare a mettersi agli ordini del suo amatissimo generale.
La bimba nacque a novembre (poco dopo Teano e l’uscita di scena dell’esercito garibaldino). Volle chiamarla Vittoria. Gran bel messaggio, in una storia che racconta soprattutto sconfitte. Procediamo però con ordine. E che sia chiaro in premessa: a cospetto della storia, a meno che tu non sia già qualcuno, resterai per sempre un fantasma.
M’innamorai della camicia rossa viterbese Pietro Rossi, di questo personaggio melanconico e avventuroso, poco più di dieci anni fa.
Subito m’intrigò il singolare silenzio che lo annunciava: potevi ritrovarlo sfogliando l’appendice del dizionario Novissimo Melzi (edizione 1922) dedicata all’elenco dei Mille di Marsala; ma se frugavi fra le carte della miscellanea Mangani alla biblioteca viterbese degli Ardenti, del supplemento ufficiale della Regia Gazzetta, che pure vi risultava catalogato, non v’era più traccia.
Pare che in origine fosse stato incorniciato e appeso al muro: ma nel ’44 le bombe alleate, che colpirono duramente Viterbo, avevano ridotto in macerie anche palazzo Pocci, sede della biblioteca. Plausibile.
Qui è però importante ricordare come proprio il patriota e notabile Domenico Mangani fosse stato prescelto, per meriti pregressi, quale primo sindaco di Viterbo italiana (dal novembre ’70 all’aprile del ’71). Mangani aveva alle spalle una storia significativa: giovane e acceso patriota, per capirci, nel marzo del ’48 s’era arruolato, insieme con altri trecento volontari viterbesi, partendo alla prima guerra d’indipendenza. Addio mia bella addio.
Ai primi di maggio però, con la cocente sconfitta seguita allo scontro della Cornuda e con il ripensamento di Pio IX, Domenico s’era congedato e aveva fatto ritorno alla sua città: con le pive nel sacco, come la maggior parte di quei volontari, generosi e ingenui patrioti andati allo sbaraglio senza alcun addestramento militare. Al rientro li aveva accolti la vergogna cittadina: un’umiliazione difficile da mandar giù.
Nel tempo a seguire, certo non a caso (accade spesso sulla strada del nostro farci uomini), le sue posizioni s’erano ammorbidite in chiave liberale e moderata. Dopo i fatti del ’60 poi, il suo divorzio dall’oltranzismo dei fuorusciti radicali sarebbe stato definitivo. D’altro canto, il sentimento d’insofferenza mista a imbarazzo che gente come Mangani doveva provare nei confronti di un irriducibile dello stampo di Pietro Rossi, è lampante.
Se solo ci decidiamo a prender nota, inseguendone per linee generali le pur labili tracce, del cursus honorum del nostro garibaldino. Anche lui partito volontario in Veneto per la campagna del ’48: ma risulta presente ancora ai primi di giugno, fra quelli che ottengono l’onore delle armi da parte di Radetzky allo scioglimento dell’assedio di Vicenza (riscuote la paga dell’ultima quindicina).
Della sua presenza fra i Mille abbiamo già detto. Nelle liste di proscrizione stilate nel ’62 dalla polizia pontificia, egli risulta registrato quale repubblicano fin dal ’49 (segno forse che c’era anche lui fra quei viterbesi accorsi a difendere la Repubblica Romana, quelli di cui Garibaldi si sarebbe ricordato con piacere).
Infine, nell’autunno ’67 fu forse assessore in qualche rimpasto di giunta, di quelli cui Acerbi fu più volte costretto nei nove tormentati giorni di governo a Viterbo (qui però la mediocrità onomastica del Nostro potrebbe giocarci qualche tiro mancino: possibili omonimie).
Morale della favola: dall’Aspromonte a Mentana, ma soprattutto con la breccia di porta Pia, la musica era cambiata. Per cui, la classe dirigente della nuova Viterbo italiana non doveva essere più particolarmente incline – ammesso lo fosse mai stata – alla celebrazione di un eroe del sovversivismo cronico, per quanto nazionale. Chi davvero poteva desiderare scoprimenti di lapidi, fiaccole accese e piazze intitolate all’onore di un garibaldino?
Antonello Ricci
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