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L'opinione del sociologo - Una riflessione sulla vittoria del Sì al referendum costituzionale

Non è questione di essere in novecento o in seicento…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Dunque, il popolo sovrano ha deciso. E con una percentuale di votanti che, considerando il Covid-19 e l’appeal non particolarmente stimolante del tema per in cosiddetto “l’uomo della strada”, potrebbe apparire tutto sommato confortante, visto che un italiano su due si è presentato alle urne. In realtà non si possono ignorare due aspetti: uno oggettivo, che la concomitanza con le elezioni regionali e comunali –peraltro dagli esiti per lo più incerti – in molti casi ha fatto da traino; e l’altro soggettivo, la voglia cioè di liberarsi dei lacciuoli del Covid-19 e assaporare un briciolo di libertà (vigilata..), di partecipazione e di vivibilità sociale.

La riduzione del numero di parlamentari – sic et simpliciter, senza altre integrazioni in un’ottica più vasta di riforma delle funzioni e del funzionamento del Parlamento – era stata votata dalla maggioranza dei partiti, anche se di vario orientamento ideologico. Normale attendersi che, se tali partiti sono rappresentativi del volere dei loro elettori, la larga maggioranza si ripetesse anche alle urne.

E questo è avvenuto. Come interpretare il dato? C’è tanta confusione ideologica e opportunistica nel mondo politico italiano e il desiderio di governare comunque conduce inevitabilmente a cedimenti sul piano dei valori fondativi dei partiti. Così spesso certe politiche si avviano alla cieca o ammiccando alla pancia di un elettorato ormai eterogeneo, inidentificabile a priori, pronto a cambiare casacca a seconda del leader più telegenico, che gridi più forte o sia più pittoresco. I partiti non rappresentano più le classi – o ceti, direbbe ancor più oggi Max Weber – ma gli orientamenti di un pubblico multimediale e gli interessi contingenti di certi gruppi di pressione.

Dunque, avremo un Parlamento più “snello”, per il godimento sfrenato dell’approccio populista – ormai diffuso trasversalmente nella politica italiana – di aver dato una “lezione” a quegli scaldapoltrone di deputati e senatori. Se si fa un giro sul web tra blog, raccolte di aforismi sulla politica e social di varia umanità, si può toccare con mano quanto astio, quanta diffidenza la gente esprima verso la politica e i “politicanti”, termine peraltro di moda durante il fascismo e il maccartismo. E proprio in questa ottica qualunquista, se si continuerà per meschini opportunismi elettoralistici a seguire gli umori da blog o da flashmob, la credibilità e l’importanza del sistema parlamentare rischierà di venir meno: sarà come se il sistema democratico tagliasse il ramo su cui esso stesso è appollaiato. Troppi gerarchetti ignoranti, troppi sempliciotti sgomitano per avere un sistema politico come in Bielorussia, in Ungheria, il Russia o in Brasile, se non come in Cina, in Corea del Nord o magari in Iran.

A prescindere dal risultato del referendum, occorre prendere atto che siamo nel primo quarto del XXI secolo e la Costituzione ha ormai oltre settant’anni, che nella velocità del cambiamento della società industriale avanzata sono una eternità secolare. Nel frattempo è esplosa la globalizzazione, sono sparite le tradizionali classi sociali, sono cambiati i criteri di valutazione della diversità, la tecnologia le mode e i consumi hanno stravolto le nostre abitudini e i nostri criteri di giudizio. Certe categorie del linguaggio della politica stanno diventando obsolete e astoriche, con tanti saluti ai nostalgici delle sezioni di partito e degli slogan ideologici. Raccoglie più voti una comparsata in tivvù al momento giusto e con l’invettiva giusta che il serioso richiamo ai sacri valori della destra o della sinistra. Può non piacere, ma il rischio è quello di lamentarsi nei salotti buoni dell’empireo intellettuale e non accorgersi che “dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.

Quegli emicicli del Parlamento vuoti mentre un ministro riferisce o un deputato perora la causa del suo territorio di riferimento; quei banchi in cui astuti guitti estroversi mettono in scena quelle loro sceneggiate che li hanno resi noti ad un pubblico di bocca buona; quel Parlamento stesso che sembra offeso nelle sue prerogative costituzionali se di fronte all’emergenza scatta un dpcm e poi viene usato come il cortile di un astioso condominio; quelle decisioni fondamentali per il Paese che si prendono altrove, nei corridoi di palazzo e che vengono poi santificate da un vuoto ritualismo parlamentare. Tutto fieno in cascina per il populismo qualunquista e forse per un totalitarismo prossimo venturo.

Non sarà che, a prescindere dal risultato del referendum, sarà necessario porre mano ad un sano restauro della politica e poi, semmai, di tutta la procedura parlamentare, giunta ormai al capolinea in una società che non è più quella dei padri costituenti? Non sarà che, ferme restando la democrazia e la libertà come valori fondamentali, occorrerà implementarle con un diverso approccio che restauri il prestigio e il senso del dovere del politico, piuttosto che il suo occhiuto opportunismo? Che restituisca quindi dignità alla politica, che premi competenza e senso di responsabilità, onestà e dedizione, rispetto per l’altro piuttosto che becero disprezzo? Chi va a sedere su quegli scranni dovrebbe essere l’èlite della società italiana in tutte le sue declinazioni, morali, sociali, professionali, motivazionali, persino nel galateo. Né incompetenti, né clown, né bandiere al vento, né ipocriti, né criminali né faccendieri, né irresponsabili, né accidiosi. Per carità, la stragrande maggioranza di loro sono persone di grandissima qualità, sparse fra tutti i partiti; ma un certo sistema li costringe, e le mele marce li infettano, cosicché “per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”.

Non è questione di essere in novecento o in seicento, ha ragione Renzo Trappolini: è questione di sapere se in Parlamento ci sono e ci saranno – ci hanno fatto mandare/abbiamo mandato – uomini (e donne) o caporali.

Francesco Mattioli


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22 settembre, 2020

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