Viterbo – Nel XX secolo tutte le generazioni viterbesi hanno provato almeno una volta lo scoramento di non vedere, “quella sera del tre”, passare la macchina di Santa Rosa. Ci sono volute due guerre.
Nella prima, gli uomini erano al fronte, tra Caporetto e il Piave, e Santa Rosa era oggetto delle preghiere accorate delle madri, delle mogli, delle figlie. Nella seconda, una città bombardata, occupata, stravolta persino da un conflitto fratricida più grande di lei non aveva più luogo ed energie per trasportare la Santa e piuttosto si stringeva ai suoi piedi per un aiuto, un segno, un conforto.
Ma c’è un’altra data infissa nella memoria dei viterbesi, il 3 settembre 1967. Quel trasporto interrotto, quel “Volo d’angeli” accasciato lungo via Cavour, mai giunto sul sagrato della basilica di S. Rosa: innovativo, rivoluzionario, imponente, sogno visionario più grande delle possibilità d’allora, ancora affidate all’improvvisazione volontaria ed emotiva di un pugno di valorosi.
Dopo quell’apparente smacco – ma un sogno deluso non è mai uno smacco, semmai una sfida – sarebbero arrivati la “formazione”, il “sodalizio”, quel salto dalla mera devozione cittadina ai linguaggi della cultura e del turismo nazionali e internazionali. A ben vedere, seppur nelle declinazioni più disparate, l’interruzione del trasporto finora era sempre stato causato dall’uomo, dalle sue miserie o dai suoi sogni; e se l’inclemenza del tempo qualche volta aveva voluto aggredire il trasporto, si era trattato di decidere un breve rinvio, che non stravolgeva il senso e il farsi dell’atto di devozione.
Ma il XXI secolo ci infligge oggi forse l’offesa più pesante al trasporto: una minaccia aliena, inattesa, non voluta, che viene da lontano e si è sparsa come una nube nera su tutto il pianeta; una minaccia che, ad oggi, si può solo fuggire, ben poco contrastare.
Il trasporto è, e deve essere, assembramento: di cuori, ma anche di corpi. Facchini tra loro, facchini e cittadini. Cittadine e cittadini assieme, a protendere occhi, braccia, mani, voci verso la “Macchina” e su su fino all’immagine della Santa.
La maledizione del Covid-19 non ce lo consente. La precauzione che si fonda sulla cautela, sulla difesa, ancora prevale sulla prevenzione che è invece, paradossalmente, azione, attacco. Molti lo hanno capito, altri lo vogliono negare, forse esorcizzando dentro di sé un altrimenti incontrollabile senso di angoscia. Ma negare il pericolo, come il manzoniano don Ferrante, non ne svia gli effetti perversi.
Oggi ancor più occorre guardare alla Santa come alla protettrice di una città, di una collettività che può solo affidarsi alla Sua pietà e a Sua benevolenza, una Santa che in passato ha saputo farsi cura dei suoi concittadini, sia da donna profondamente incarnata nella storia viterbese, sia come spirito tutelare della città.
Quest’anno il trasporto, il suo senso più profondo di devozione e di sacrificio verso Rosa, avverrà dentro i viterbesi. Ciascuno di noi, nell’ora serale del trasporto, sarà idealmente sotto la macchina ad implorare l’aiuto e la protezione della Santa; ma orgogliosi, non avviliti, di saper rinunciare al piacere della festa per contribuire alla sicurezza della collettività cittadina.
Francesco Mattioli
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