Viterbo – Referendum sul taglio dei parlamentari, le ragioni del ‘Sì’ e del ‘No’.
Il 20 e 21 settembre gli italiani sono chiamati a pronunciarsi sul referendum costituzionale relativo al taglio del numero dei parlamentari. Gli scenari che si aprono all’esito di questa votazione sono diversi.
La modifica del contenuto della Costituzione è protetta da un meccanismo complesso, delineato nell’articolo 138 secondo cui per cambiare il testo occorrono: due successive deliberazioni di Camera e Senato, ad intervallo non inferiore a tre mesi l’una dall’altra;
l’approvazione in seconda deliberazione, da parte della maggioranza assoluta di Camera e Senato; Qualora non venissero raggiunte le maggioranze richieste la legge non passa. Invece, se è raggiunta una maggioranza non superiore ai 2/3 dei componenti di ciascuna camera, la modifica viene sottoposta a referendum popolare.
Ed è quello che è successo l’11 luglio 2019 quando il disegno di legge costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, non aveva superato i 2/3 della maggioranza nella seconda deliberazione al Senato.
Il referendum del 20 settembre era già stato indetto a gennaio 2020 e fissato per il 29 marzo scorso. Ma l’emergenza Covid ha fatto slittare l’appuntamento elettorale.
Al centro c’è la riduzione del numero dei parlamentari ( punto del programma politico nato dall’accordo tra Movimento 5 stelle e Lega all’indomani della nascita del governo Conte I nel maggio del 2018.
Il disegno di legge costituzionale, che ne è derviato, prevede:
la modifica dell’art. 56 della Costituzione italiana, con riduzione del numero dei deputati della Camera da 630 a 400, e della circoscrizione estero con riduzione dei deputati da 12 a 8.
la modifica dell’art. 57 della Costituzione italiana, con riduzione del numero dei senatori da 315 a 200 e della circoscrizione estero da 6 a 3. Ogni regione italiana inoltre avrà un numero minimo di senatori, non più di 7 (come attualmente previsto) ma di 3.
la modifica dell’art. 59 della Costituzione, con riduzione a 5, del numero di senatori a vita (ossia di coloro “che hanno illustrato la patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico o letterario”) che il Presidente della Repubblica può nominare.
I seggi nella giornata di domenica resteranno aperti dalle 7 alle 23, mentre nella giornata di lunedì dalle 7 alle 15.
Il testo del quesito che gli elettori troveranno sulla scheda è: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”.
È sufficiente la maggioranza dei sì, a prescindere dal numero dei votanti, perché la modifica possa essere promulgata. In caso prevalga il no, gli articoli 56, 57 e 59 rimarranno invariati.
Le ragioni del no
I benefici invocati sulla riduzione dei costi della politica sarebbero irrisori, incidendo per pochi euro all’anno per ciascun italiano;
La riduzione del numero dei parlamentari metterebbe a rischio la rappresentatività del popolo in parlamento. La drastica riduzione del numero dei senatori, infatti, determinerebbe la mancanza di rappresentanti provenienti dai territori più piccoli. L’Italia avrebbe un deputato ogni 151mila abitanti e un senatore ogni 302mila abitanti (il testo originario della Costituzione prevedeva un deputato ogni 80 mila abitanti ed un senatore ogni 200 mila). Il numero più basso di parlamentari di tutti i grandi paesi d’Europa.
Il miglioramento dell’efficienza del parlamento non sarebbe un automatismo collegato al minor numero di parlamentari, quanto piuttosto una conseguenza dei meccanismi di formazione del processo legislativo che la riforma lascia invece intatti.
Le ragioni del sì
Più efficienza del funzionamento del parlamento, in ragione del minor numero di parlamentari.
La riduzione dei costi della politica, per un risparmio complessivo di oltre 80 milioni di euro annui.
L’entrata in vigore della riduzione del numero di parlamentari dovrebbe avvenire dopo lo scioglimento delle camere o alla prima cessazione dell’attuale legislatura e comunque non prima di 60 giorni dalla entrata in vigore della legge. Non va a toccare l’attuale Parlamento, ma la formazione della prossima legislatura.
A schierarsi dalla parte del Sì, M5s, Lega e FdI. In Forza Italia, la strada del Sì è quella che va per la maggiore anche se il No dilaga. Tra i big forzisti che preferirebbero questa opzione Renato Brunetta, responsabile economico e Giorgio Mulè, portavoce del partito. I no crescono anche nel Pd, mentre Matteo Renzi ha precisato, ha lasciato libertà di voto: “agli elettori di Italia Viva dico di fare quel che gli pare, il giorno dopo avremo comunque un problema”.
Nello stesso weekend, si voterà anche in sette Regioni mentre e oltre 1100 i Comuni chiamati a eleggere i nuovi sindaci. Urne aperte per le amministrative anche nella Tuscia, a Civita Castellana, Bomarzo e Blera.
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