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Il giornale di mezzanotte - Alberto Sordi 100° - Storia di un italiano - Evento ideato e organizzato da Promotuscia e Tusciaweb - Appuntamento sabato 5 settembre alle 21,30 a piazza San Faustino

Una passeggiata-racconto sui set viterbesi del “Vigile” di Zampa

di Antonello Ricci
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Viterbo - Antonello Ricci

Viterbo – Antonello Ricci

Alberto Sordi ai tempi del Vigile

Alberto Sordi ai tempi del Vigile

Viterbo – PromoTuscia, in occasione dei suoi 25 anni di attività legata alla promozione di Viterbo e della Tuscia, omaggia la nostra città con un itinerario-racconto a cura di Antonello Ricci.

L’itinerario si snoderà da piazza San Faustino (dov’era il portone di casa di Otello Celletti), passando per piazza del Comune (dov’era invece la casa del sindaco De Sica, ma anche le finestre del comune con il teatro-palco del comizio dei monarchici che hanno candidato Celletti-Sordi contro De Sica sindaco uscente) per concludersi in via san Lorenzo (dov’erano sia la leggendaria trattoria della “pernacchia” contro Otello che il meccanico di moto dove lavora da apprendista il giovanissimo figlio di Otello (via san Lorenzo teatro del mavvammorìammazzatuelaKoscina! di marisa Merlini moglie di Otello).

Filo rosso dell’evento sarà la rievocazione aneddotica e critica a proposito del set viterbese del “Vigile” di Luigi Zampa. Ma passo-passo cuore della narrazione sarà quella Maschera-dell’Italiano creata anno dopo anno, film dopo film dall’Albertone nazionale (per buona parte proprio sui set viterbesi dove Sordi lavorò con Fellini, Monicelli, Zampa e molti altri).

Partecipazione gratuita. Nel rispetto della normativa anti-Covid si raccomanda di portare la mascherina nonché di mantenere costantemente la dovuta “distanza sociale” evitando assembramenti. Info Promotuscia: 0761-304643.


 

Sono nato nel 1961 e cresciuto in una casa dove si rideva poco. Anche perché nella mia famiglia, da ridere, c’era ben poco. Il passato dei miei genitori sembrava più che altro un canovaccio neorealista. Vite cui la commedia all’italiana avrebbe donato un po’ di sollievo, un poco appena, dal male di vivere.

Mio padre, a onor del vero, per ciò che riguarda lo spettacolo (cinema compreso) aveva gusti popolari molto ben definiti, oserei dire faziosi. Per intenderci: era uno di quelli che con la TV ci parlava, dandole del tu, anche alzando la voce. Lo ricordo, per esempio, ascoltare in religioso silenzio i do di petto di Claudio Villa a “Canzonissima”; ma anche quando – immancabile – inveiva con turpiloquio da bettola accogliendo l’ingresso in scena di Little Tony. Specie quando dimenava le frange delle sue giacche in pelle alla Elvis: – Va’ a casa! Buffone! Così anche con la commedia, con l’umorismo e la comicità tout court: Stanlio e Ollio piuttosto che Charlot, ovviamente. Peppino De Filippo piuttosto che Edoardo. Non capiva Fracchia né Fantozzi (Paolo Villaggio). Letteralmente non sopportava Cochi e Renato. Non resistette mezz’ora davanti al poetico equivoco di “Uccellacci e uccellini”, il suo adorato Totò gli risultava irriconoscibile. Pazientò quanto poté. Poi, insoddisfatto, si alzò sbuffando (a quei tempi ci si doveva alzare): spinse il bottone (a quei tempi c’era il bottone) e cambiò canale.

Ma con Alberto Sordi no: perché, con mio padre, Alberto Sordi fece sempre centro. Il motivo? Presto detto: in tutti quei personaggi, interpretati da Sordi con irresistibile vis comica e – insieme – con infinito patetismo, mio padre ogni volta si specchiava, riconoscendovi qualcosa del proprio fondo più oscuro, di contadino appena-appena redento in piccolo borghese: soprattutto certe meschinità e certi sordidi egoismi, l’ethos della roba e la fragilità sociale, il qualunquismo spaurito, il timore viscerale dei cosacchi che avrebbero abbeverato i cavalli in piazza San Pietro, la conseguente scelta nel voto del ’48 (quello con preti e monache all’assalto… delle urne: e quanto ci rideva il buon Angelo La Bella, l’indimenticabile compagno Angelino, che di mio padre fu cordialmente amico).

In Alberto Sordi, voglio dire, mio padre riconosceva sé stesso e perciò poteva ridere, ridere di sé. E quindi liberarsi. E poi tirare a campare, un altro giorno ancora.

Eh sì, perché questa è stata la grandezza assoluta di Alberto Sordi: aver saputo portare in scena la Storia di un Italiano. La nostra storia. Fatta più di tare e vizi che non di virtù. Tanto che ancora oggi, nel 100° della sua nascita, ognuno di noi può tranquillamente metterci la firma: – Alberto Sordi uno di noi. Albertone uno di famiglia. La sua popolarità fu immensa. La popolarità di quei suoi personaggi fanfaroni e pusillanimi, pavidi e mammoni. Cialtroni picareschi e voltagabbana. Veri e propri Don Abbondio. (Per la cronaca: Sordi e mio padre erano praticamente coetanei, nati a un mese di distanza.)

A questo punto vorrei ricordare che la maschera, il tipo di italiano portato sugli schermi da Sordi, conobbe la sua gestazione – negli anni ’50 – proprio qui da noi, nei paesaggi della nostra Tuscia, Viterbo in primis.

Chi potrà infatti dimenticare l’agnizione assoluta e desolata che disarma il vitellone Alberto, all’uscita dal veglione di Carnevale, ubriaco in un’alba lunare, in una piazza della Rocca che conservava ancora intatta la purezza metafisica di un quadro di De Chirico: – Dobbiamo partire, Moraldo! Dobbiamo sposarci! Gridava l’impenitente vitellone “alle corde” della vita sotto i portici dell’Hotel Grandori. La verità è che Alberto, geloso della sorella e perdutamente mammone, di casa non uscirà mai, mai si libererà della tenera-protettiva-notturna-rassicurante placenta materna che era l’immobile vita della cittadina di provincia ai tempi del Boom economico.

Passano sette anni. Nel 1960 Alberto è di nuovo a Viterbo, tra capoluogo e frazioni (La Quercia e soprattutto Bagnaia) per girare l’agrodolce pellicola “Il vigile” di Luigi Zampa. Ma della tenerezza e del (pure un po’ patetico, ma innocente) infantilismo del vitellone Alberto, nel leggendario Otello Celletti, che vesta in giacca da camera o che indossi la divisa da pizzardone, resta ben poco. Otello, infatti, aspirante vigile urbano motociclista senza alcun titolo di merito specifico (anzi), ottuso e meschino, somiglia fin troppo al manzoniano Don Abbondio. Forte coi deboli debole coi forti. Incline al servilismo e alla piaggeria.

E proprio come il curato dei Promessi sposi, proprio Otello risulta infine vero vincitore della vicenda: come ci sorprendiamo a pensare ogni volta che, in finale di pellicola, rivediamo l’auto del sindaco – un superlativo Vittorio De Sica, che corre bellamente dall’amante – cui proprio la paletta del vigile Otello offre precedenza assoluta e impunità rispetto al codice della strada: ebbene De Sica affronta a velocità eccessiva la curva della morte (sotto il ponte ferroviario all’uscita di Bagnaia in direzione Orte), esce di carreggiata, precipita nel burrone.

Per chiudere. A mezza via tra l’Alberto dei felliniani “Vitelloni” e l’Otello Celletti del “Vigile” di Zampa, c’è un passo intermedio che val la pena rievocare: mi riferisco alla fugace apparizione di Sordi (in un incredibile cammeo) nei panni del sordido-pezzente Corrado del monicelliano “Il medico e lo stregone”. (Il film, del 1957, fu girato tra Valentano, San Martino al Cimino e la valle del calanchi di Civita di Bagnoregio.)

L’ex fidanzato dell’inconsolabile Mafalda infatti (interpretata da una strepitosa Marisa Merlini; i due torneranno a far coppia anche nel “Vigile”: lo confesso, ogni volta me ne innamoro) riappare dal nulla dopo più di dieci anni. In realtà, dopo essersi dato per scomparso in guerra (in Russia o in Africa, non si riesce a capire), Corrado era stato costretto a metter su famiglia a Napoli, per aver messo incinta un’altra ragazza. Ovviamente, per il fronte non era nemmeno mai partito. Corrado ha letto l’inserzione sul giornale, l’estremo-disperato tentativo di Mafalda per rintracciarlo, ed è immediatamente accorso: ma con la faccia tosta di chiederle un prestito.

Teatro del desolante duetto – che se non altro sortirà il benefico effetto di liberare per sempre la malcapitata donna dai fantasmi di un passato tutt’altro che eroico e consolatorio rispetto a quello che aveva preferito alimentare nella sua memoria di “vedova” – è la sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Grotte Santo Stefano.

Antonello Ricci


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4 settembre, 2020

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