Viterbo – (s.c.) – La signora Maria Rita Santoni classe 1938, nota insegnante viterbese e scrittrice per passione, con la sua novella ci trasporta nel 1950 in una Viterbo tranquilla, dai tratti caratteristici, e ci insegna l’importante valore di mestieri ormai scomparsi.
La sua penna frizzante non si limita a descrivere situazioni e personaggi ormai lontani, ma ci fa rivivere la poesia che certi spaccati di vita quotidiana suscitavano negli occhi curiosi e stupefatti di bambini d’altri tempi che riuscivano ad essere felici con poco.
“Il Carbonaretto”. Lo chiamavano così forse perché vendeva carbone e carbonella ed era ben scritto su un cartone fuori della bottega. Si trovava all’inizio di via delle Fabbriche, proprio vicino alla farmacia del dottor Manetti.
La mamma mi mandava lì a prendere il carbone, che poi metteva il due fornelletti scavati nel nostro camino, piuttosto alto, e sopra si appoggiavano le pentole con l’acqua o il tegame del sugo e poi toccava, spesso, a me ventilare, perché il fuoco restasse vivo. Con una larga borsa blu, mi avviavo dal carbonaretto: c’era un grosso portone, si scendeva giù giù una ventina di gradini e lì, seduto su una seggiola, c’era il carbonaretto, un ragazzo di poco più di vent’anni, dal viso magro e pallido, con due occhi azzurri, piccoli che ridevano sempre. Suonava la fisarmonica con le dita affusolate e le unghie sporche e nere, certe canzonette di moda come quella Se potessi avere 1000 lire al mese.
Non si alzava subito, finiva prima di suonare, mentre io lo guardavo, ammirata e a bocca aperta. Si alzava, appoggiava la fisarmonica sulla seggiola e mi diceva: “Oh, che cosa vuole la nostra Ritarella, carbone o carbonella?”. E rideva, rideva.
Mi riempiva metà borsa, perché io ero piccola, avevo allora 10, 11 anni e di più non avrei potuto trasportare. Mentre mi serviva, io mi guardavo intorno: sembrava una grande grotta con ammucchiate ai muri fascine, ciocchi di legna grandi e piccoli, ma soprattutto montagne di carbone e, accanto, di carbonella, come neri giganti immobili.
Attaccata ad un filo lungo, penzolava una lampadina con una luce debole, quanto poteva bastare per vedere i kg di carbone che pesava, con una bilancia a mano, con tutta la borsa. Mi piaceva quell’odore di fresco ed anche sentirlo suonare quella fisarmonica dai tasti di madreperla, grande, lucida, così contrastante con tutto quel nero. Nel 1950 cambiammo casa; il quartiere era molto lontano da lì e non vidi più il carbonaretto o meglio.
Un giorno il nostro pianoforte era più scordato che mai e pensammo di chiamare l’accordatore. Mio marito si informò presso un negozio di strumenti musicali e qualcuno lo consigliò di chiamare un intenditore di musica, che abitava in un paese a poca distanza da noi.
Arrivò un po’ trafelato, aveva salito molti gradini: il sorriso era lo stesso e gli occhi avevano quel colore azzurro profondo. Non mi riconobbe, lo credo bene, erano ormai passati 30 anni! Io però lo osservavo, mentre armeggiava con gli attrezzi dentro il pianoforte e ancora parlava, parlava e rideva. Finì il suo lavoro e poi ci chiese se poteva fare una suonata lì per lì, giusto per sentire se il pianoforte fosse stato accordato bene. Si sedette sulla panchetta e attaccò un valzer, molto conosciuto, di musica classica.
Sbagliò molte note, ma quando terminò noi lo applaudimmo mentre diceva: “Io suono la fisarmonica, lì vado forte anche con ‘Stravese (Strauss)'”.
Fu l’ultima volta che lo vidi. Ora i carbonaretti non ci sono più, ma a chi è vissuto parecchi anni fa, mancano molto e…come!
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