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Ricordi - Niente donne, niente vino, niente apericena

Il mitico bar “Putiferio” di via Marconi…

di Vincenzo Ceniti
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Viterbo - Vincenzo Ceniti

Viterbo – Vincenzo Ceniti

Un’immagine del vecchio bar Putiferio a Viterbo nel 1945 con gli americani appena entrati in città. In piedi di fronte all’ingresso Alberto Atriciani e il “ragazzo” Ugo Cappetti

Un’immagine del vecchio bar Putiferio a Viterbo nel 1945 con gli americani appena entrati in città. In piedi di fronte all’ingresso Alberto Atriciani e il “ragazzo” Ugo Cappetti

Viterbo – Putiferio. Così veniva chiamato il bar all’inizio di via Marconi a Viterbo, tra i più storici della città. Niente donne, niente vino, niente apericena.

Cinquanta sonati, statura media, completo grigio a mo’ di divisa, feltro in testa e un occhio di vetro. Al secolo Alberto Atriciani (1900-1960).

Lo ricordo così, alla fine degli anni Quaranta al banco di uno dei bar più storici di Viterbo, situato all’inizio di via Marconi, presso la Svolta, accanto ad un negozio di dolciumi dove una signora belloccia (tale Nerina) dispensava baci di cioccolata e gianduiotti stellati.

Lo chiamavano “Putiferio” in quanto il suo locale era sempre affollato e chiassoso. Prima della guerra, intorno al 1930, si trovava davanti all’ex cinema Corso e mi dicono che era conosciuto come il bar dei Cacciatori. L’occhio di vetro risale ad un incidente da ragazzo mentre era alle prese con una pompa di bicicletta.

Nel 1940 (anno più, anno meno), quando vennero completati i palazzoni dell’Ina, si trasferì in via Marconi al civico 3. Il nuovo bar prese il nome di Moderno in omaggio ad una Viterbo che cresceva a vista d’occhio e alla nuova arteria cittadina, da poco ricavata dalla copertura dell’Urcionio, che avrebbe aperto nuovi spazi urbanistici e conteso l’egemonia al corso Italia.

Posizione strategica, specialmente dopo la demolizione di palazzo Monarchi (1951) che impediva la vista del Teatro Unione da piazza dei Caduti. Il bar di Putiferio negli anni Sessanta aveva un arredamento d’autore: bancone con dovizia di vetri verdognoli, ottoni dorati e specchi retrostanti percorsi da motivi marini sabbiati, secondo la moda del tempo, ispirati ai disegni di Gio Ponti. All’aperto, sul marciapiede, trovavano spazio d’estate sedie e tavoli di vimini.

Il raggio d’influenza era piuttosto vasto, comprendendo oltre la parte alta di via Marconi, il tratto iniziale di via Matteotti e vari clienti di piazza Verdi e corso Italia. Frequentatori abituali, in aggiunta ai forestieri e ai primi turisti, i dipendenti di Banca d’Italia, Banco di Santo Spirito, Banca di Roma, Ina, Genio Civile, Ispettorato della Motorizzazione Civile (dove ho lavorato per qualche tempo), numerosi studi professionali (avvocati, notai, medici), i negozi di Ronchini (ferramenta), Zanobi (salsamenteria), Stefano Minelli (apparecchi radiofonici, dischi e altro), Ernesto Cappelli (calzoleria), Goliardo Gabbianelli (foto), Amodio (Lane Franchi), Claudio Fiorucci (officina-garage e pompa di benzina), Singer (macchine da cucire) e Goffredo Proietti (ristorante la Scaletta), tutti situati negli immediati dintorni del bar.

La città, in massima parte compresa entro le mura cittadine, disponeva a quel tempo di molti bar ognuno con proprie clientele e caratteristiche legate alla figura del gestore spesso riconoscibile dal soprannome. A mente ricordiamo, a partire da quegli anni Cinquanta, il Caffè Teatro (all’interno del Teatro Unione inizialmente gestito dai fratelli Bocale, poi da Marianello), il bar dei fratelli Marcello e Giorgio Taurchini, Renzo Bonanni, Schenardi e Carlo Minciotti in corso Italia, il bar Centrale di Mario Fiorucci in piazza del Plebiscito, quelli di Neno De Santis e di Selvaggini in via Saffi, il bar di Alberto Selvaggini di porta della Verità, quelli di Grani alla fine di via Marconi angolo con piazza dei Caduti e di Girolamo Piergentili in via Cesare Dobici. Va ricordato che in quegli anni i bar restavano sempre aperti dalla mattina alla sera per tutti i giorni dell’anno. Molti di quelli citati sono ancora in esercizio con altre clientele e gestioni.

Ma torniamo a Putiferio e al suo bar che dalle prime ore del mattino era alle prese con le colazioni (solitamente caffè o cappuccino e cornetto) che venivano portate su volanti “cabbaré” da agili e volenterosi camerieri nelle varie postazioni limitrofe. I nomi? Gino, Marco, Tito e Ugo Cappetti che subentrerà nella gestione del locale dopo la morte di Atriciani nel 1960. Tra l’altro Ugo aveva il compito di andare in bicicletta ogni mattina in un’azienda agricola sulla strada del Roncone per prelevare un paio di fiaschi di latte fresco. I figli mi hanno raccontato che un giorno del 1943-44 durante queste sue trasferte assistette in piena campagna ad un conflitto a fuoco tra due aerei nemici e che per la paura cadde dalla bicicletta e si rifugiò in un cunicolo. Cappetti si era coniugato con Antonietta Marcosano che da ragazza lavorava al negozio antistante della Singer.

Da notare che in quegli anni il listino prezzi indicava 35 lire per il caffè, 45 lire per il cappuccino, 35 lire per il cornetto e 40 lire per la pastarella. Va anche ricordato che a Viterbo non esistevano laboratori di pasticceria attrezzati per le consegne dei lieviti (cornetti, maritozzi, ciambelle ed altro) per cui ogni mattina di buon ora arrivava dalla ditta Perino di Roma un corriere con un furgone che riforniva i bar del capoluogo e di altri centri limitrofi. Successivamente si allestirono anche da noi questi servizi, svolti inizialmente dalle ditte Roncetti e Fiorentini.

Dopo le colazioni, intorno a Mezzogiorno era l’ora dell’aperitivo. Cappetti ne aveva confezionato uno tutto suo detto il “Cinesino”. Non avrebbe rivelato la ricetta neanche sotto tortura ed i figli a cui l’ho chiesta hanno taciuto per rispetto della memoria del padre. D’estate il bar Putiferio preparava una altra specialità (anch’essa top secret) lo “Shakerato”, una sorta di caffè freddo con l’aggiunta di un aroma particolare. L’abitudine del gelato artigianale non era ancora diffusa, se si fa eccezione per le gelaterie Chiodo di via Roma e Ripa di via Saffi. Per cui Putiferio, come altri bar, era fornito di prodotti industriali, Alemagna soprattutto.

Non si somministravano calici di vino, come accade ora. Roba di ubriaconi da osteria e soprattutto era difficile trovare all’interno dei bar una cliente donna. Sarebbe stato disdicevole. E non c’era traccia di tramezzini o salati in genere, tutte abitudini acquisite a partire dagli anni Settanta. Non parliamo poi degli “apericena” o di altre somministrazioni similari. La mattina presto, specialmente d’inverno, si vendevano invece bicchierini di mistrà agli scopini (così si chiamavano allora gli spazzini) impegnati nella pulizia delle strade. Diffusa la tradizione di allestire a Natale tavoli pavesati di tovaglie colorate, nastri argentati e palline multicolori con panettoni, torroni, cioccolatine spumanti e liquori.

Grande curiosità quando ad ogni incrocio della città per la Befana si faceva offerta di prodotti natalizi ai vigili urbani, con apporti sostanziosi dei vari bar della città che avevano così modo di smaltire le scorte di magazzino rimaste invendute. Quello di Putiferio avrà conosciuto momenti di maggiore attenzione quando venne installato a Viterbo, intorno al 1953-54, di fronte al suo bar alla Svolta, uno dei primi semafori di Viterbo per regolare l’incrocio tra corso Italia, piazza Verdi, via Marconi e via Matteotti. Giudicammo l’evento come un momento di crescita per la città. Oggi quel bar esiste ancora con altri gestori, altri clienti, altri servizi e non si chiama più Putiferio.

Vincenzo Ceniti
Console Touring


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9 ottobre, 2020

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