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Roma - Lo sfogo della ginecologa Silvana Agatone da 40 anni in prima linea da medico non obiettore

“Nel Lazio aborto impossibile per colpa delle università cattoliche”

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La sepoltura del feto con il nome della madre

La sepoltura del feto con il nome della madre

Roma – “In tutto il Lazio, l’aborto terapeutico non si fa a Rieti, Frosinone, Latina, Viterbo, ma solo a Roma. Nella capitale sono solo 5 gli ospedali, ovviamente laici, che lo praticano e nella maggior parte di questi c’è solo un medico disponibile”. Il risultato? “L’aborto nel Lazio è praticamente impossibile”. E la colpa sarebbe delle università cattoliche. 

E’ Repubblica a raccogliere lo sfogo della ginecologa Silvana Agatone, 40 anni di esperienza in corsia da medico non obiettore e presidente dell’associazione Laiga 194 che riunisce operatori sanitari, medici, infermieri che si battono per la libertà della donne di poter abortire.

“Per l’aborto volontario l’ospedale può assumere un medico esterno che viene spostato da un ospedale all’altro per effettuare l’aborto, ma per quello terapeutico no. È necessario il ricovero, significa che ci vuole un medico non obiettore strutturato che possa stare 12 ore in ospedale. In tutto il Lazio, l’aborto terapeutico non si fa a Rieti, Frosinone, Latina, Viterbo, ma solo a Roma. In 5 ospedali, ovviamente laici e nella maggior parte di questi c’è solo un medico disponibile – spiega la dottoressa a Repubblica – Gli ospedali religiosi invece fanno la diagnosi prenatale, per capire se il feto è malato. In questi centri ci sono solo obiettori e quindi anche se il feto è malformato e l’aborto necessario, dicono alla donna che il feto guarirà”. Facendo entrare la gestante in una profonda crisi.

Per quanto riguarda la situazione generale negli ospedali laziali, la ginecologa Agatone sottolinea: “I primariati provengono sempre di più dalle università cattoliche e questo significa che la maggior parte dei dipendenti decide di diventare obiettore per sopravvivere in un ambiente di lavoro difficile. Solo una piccola minoranza trova la forza di dare battaglia per garantire i diritti delle donne, ma si ritrova a lavorare con un’equipe di infermieri, anestesisti e operatori sanitari che rendono la vita impossibile”. 


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3 ottobre, 2020

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