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L'opinione del sociologo - La guerriglia urbana ai tempi del Covid-19

Non va sottovalutata la reazione “disperata” di tutti coloro che “non ce la fanno più”

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Coronavirus - Le proteste a Napoli

Coronavirus – Le proteste a Napoli

Viterbo – Non sottovaluterei le guerriglie di Napoli e Roma, per nulla spontanee anzi organizzate.

Negli ambienti della protezione civile, del ministero e di non pochi analisti dell’emergenza ha sempre aleggiato il timore che le strategie di contenimento della pandemia avrebbero potuto scatenare proteste più o meno preordinate e profonde.

Non si tratta tanto delle manifestazioni un po’ trash dei no-mask, che pure si sono presentate un po’ ovunque nel mondo, ma di due altri filoni che a medio termine sembrano più pericolosi.

Il primo è quello dell’anarco-insurrezionalismo che, quando c’è da menar le mani trova sempre il modo di agganciarsi agli episodi di protesta e di disobbedienza civile, trascinandoli nella guerriglia urbana (si veda la Val di Susa). Il secondo è più degno di attenzione ed è costituito proprio dalla reazione “disperata” di tutti coloro che “non ce la fanno più”. Dove il “non farcela più” ha varie facce. La più ovvia è quella di coloro che sono stati o rischiano di essere travolti dalla crisi economica conseguente ai blocchi e ai vari lockdown generalizzati o mirati; molti esercenti sopravvivono grazie alla movida, gran parte dei negozianti dei centri storici già vivono sul filo del rasoio il declino pressoché irreversibile delle attività al dettaglio, falcidiate dalla concorrenza dei centri commerciali, dagli ipermercati e oggi più che mai dalle vendite  online.

La contingenza attuale per loro potrebbe essere il colpo di grazia.  Ma ci sono anche coloro che non ce la fanno più da un punto di vista psicologico. Si sono rinchiusi giudiziosamente in casa ai tempi del lockdown, hanno rinunciato alle manifestazioni degli affetti e dell’amicizia, hanno rimesso in ordine cento volte le loro cose, si sono organizzati con il Dad, con un non sempre facile smart working, hanno sbandierato tricolori e intonato canti alle finestre: pronti  a pagare il prezzo, sperando che poi sarebbe tutto tornato come prima.  Ma anche tra loro al motto “andrà tutto bene” si sta sostituendo nella testa la domanda tragica “che cosa succederà ancora?”.

Allora, di fronte ad una prospettiva nebulosa e  comunque minacciosa, la mente di molta gente non  regge; esplode una reazione istintiva, cieca, che serve solo ad allentare una pressione psicologica insostenibile. L’individuo si sfoga, poi cerca un qualunque capro espiatorio, contro cui ha bisogno di urlare la propria disperazione: il governo, il ministro, i virologo, il governatore, il sindaco, ma anche il vicino di casa o il giovane dell’apericena considerati degli untori, e perfino il personale medico e sanitario che tarda a consegnare il responso del tampone o a fornirti il vaccino antinfluenzale.

Anche la disperazione del lavoratore, della persona mite e per bene, può quindi esplodere in azioni inconsulte, dentro e fuori casa e, quasi con un flashmob collettivo, nelle piazze. E ne uscirebbero con le ossa rotte l’ordine pubblico, ma anche la sicurezza sanitaria.

Allo stato attuale, il rischio del lockdown è dietro l’angolo. Ma se servirà (come è probabile) va fatto diversamente e occorre che il governo si dia un piano ben chiaro e ben direzionato. E non se ne uscirà, se non  quando potremo disporre di vaccini efficaci e disponibili per tutti, e occorrerà almeno ancora un anno: perché il lockdown non deve solo dare frutti, ma disgraziatamente deve anche mantenerli. Visto questa estate? “Il virus è clinicamente scomparso” gridava il celebre virologo, e tutti a liberarsi dei lacciuoli: ed ora, eccoci qui a centocinquanta morti al giorno.

Il governo dovrà sentirsi sempre con governatori e sindaci, ovviamente, per le situazioni più gravi e particolari; ma occorre anche un intervento pianificato globale.  Occorre ridurre le attività a quelle effettivamente necessarie perché il Paese continui a funzionare e occorre che tali attività siano condotte sotto particolari condizioni di controllo. Ma siccome nel mondo di oggi ci siamo costruiti  più tempo libero e abbiamo creato una vera e propria industria del tempo libero, tra turismo, ristorazione, sport, sarà necessario intervenire finanziariamente per risarcire almeno in parte quei settori che non potranno proseguire  le loro attività finché dura l’emergenza. Lo snodo critico non è cosa accade a scuola, in fabbrica o in  ufficio, ma cosa accade all’uscita dalla scuola, dalla fabbrica e  dall’ufficio, per la strada e sui mezzi pubblici. Ed è su questo aspetto che occorre agire con spietata prontezza. Aumentando i controlli contro gli assembramenti, ma soprattutto aumentando le corse dei mezzi pubblici, diluendo gli orari lungo la giornata e persino la notte (che se è buona per ballare e farsi un bicchiere, deve diventare buona anche per lavorare e studiare, quando scatta la necessità).

L’altro giorno Montezemolo si lamentava della crisi dei passeggeri su Italo  e paventava la sospensione delle corse; d’accordo, allora si mettano i treni di Italo a disposizione dello stato, a prezzi di costo d’esercizio,  per aiutare il deflusso dei  pendolari.  Italo così sarà solidalmente “italico” e siamo tutti certi che Montezemolo saprà sopportare lo stesso sacrificio economico del ristoratore che deve chiudere la sua trattoria.

Qualcuno deve farsene una ragione. La pandemia è una guerra che fa danni, morti e feriti. Non bisogna farsi prendere dal terrore e da quel tipo di angoscia che ti annichilisce o ti fa reagire irrazionalmente e rabbiosamente. Occorre restare lucidi e  capire cosa è necessario fare, quali sacrifici accettare. I nostri nonni al suono della sirena che preannunciava un bombardamento si riparavano nei rifugi, dove non si stava di certo comodi, al freddo e fra i sorci.  Molti di loro si sono anche trovati fra due fuochi nell’infuriare della battaglia. E hanno patito la fame, il gelo, l’allerta continua, la mancanza di un momento di serenità, la lontananza di un  marito, di un figlio, di un genitore spedito al fronte, magari non lo hanno più visto, o hanno atteso lungamente che, terminata la guerra, tornasse da un campo di prigionia. Mia nonna mi narrava come, quasi sessantenne, durante la guerra si facesse ogni giorno la strada di San Martino (andare e tornare, a piedi: ed era una sarta, non un’atleta) perché aveva trovato chi  le vendeva a caro prezzo un litro di latte e due cespi di insalata.  E oggi c’è qualcuno che sbuffa perché gli dà fastidio una mascherina…

A molti di noi si chiede solo di leggersi un buon libro a casa, di osservare il mondo dalla finestra o sul divano di fronte alla tivvù, di lavorare al computer, di imparare ad usare skype e i suoi più evoluti fratelli. Ad altri si chiede di rischiare di andare  a lavorare, magari in altre condizioni e in altri orari da quelli consueti. Ad altri ancora si chiede pazienza, ché un risarcimento per il loro lavoro interrotto dovrà pur venire, utilizzando al meglio i prestiti comunitari. A tutti si chiede di indossare una mascherina,  di lavarsi le mani, di mantenere le distanze, non di vivere nello scempio di un rifugio o di un lager.

L’importante è che il governo abbia una linea, che non brancoli a seconda dei casi, a seconda della mera opinione tecnica di questo o di quell’esperto  e a seconda degli umori di qualche forza di governo o di opposizione. Nell’emergenza, la politica prevale sulla scienza perché aggiunge al razionale la responsabilità della scelta, assorbendo l’efficienza della prevenzione nella prudenza della precauzione, che è senz’altro più costosa in  termini di sacrifici, ma protegge ancora di più.

Se la politica non  decide una volta per tutte, evitando i continui aggiornamenti sulla scia degli alti e dei bassi dell’emozione collettiva, ai rischi del Covid-19 occorrerà assommare anche il rischio di una esplosione di disperazione inconsulta, che a questo punto non possiamo assolutamente permetterci.

Francesco Mattioli


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26 ottobre, 2020

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