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Società - Luca Zoncheddu (Caritas): "Dopo il lockdown la povertà in città è più che raddoppiata" - A rivolgersi al centro di ascolto anche diversi lavoratori in nero che col Covid sono stati subito "licenziati"

“A Viterbo le famiglie non hanno più i soldi nemmeno per comprare i libri ai figli”

di Daniele Camilli
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Viterbo – “Le famiglie non hanno più i soldi nemmeno per comprare i libri ai figli”. Luca Zoncheddu è presidente della Caritas diocesana. E questa che dice è la situazione che riguarda Viterbo, città dei papi, dove i livelli di povertà, dopo il lockdown del Covid, sono schizzati alle stelle.

“Solo al centro d’ascolto diocesano di piazza Dante – ha poi aggiunto Zoncheddu – abbiamo ogni giorno, e per 5 giorni a settimana, almeno 12 famiglie che vengono a chiedere aiuto. Più tutte le famiglie che vanno nelle realtà parrocchiali”.


Viterbo - Il centro di distribuzione alimentare della Quercia

Viterbo – Il centro di distribuzione alimentare della Quercia


In sintesi, ogni giorno, una cinquantina di persone a Viterbo chiedono aiuto al centro d’ascolto diocesano. Quasi 250 a settimana. Senza tener conto delle parrocchie che nel comune sono una quindicina in tutto, su 96 circa della diocesi viterbese. Una realtà che il mondo cattolico affronta sostanzialmente solo con le proprie forze. E due gambe ben solide. Il volontariato e l’8 per mille, vale a dire le donazioni che le persone fanno ogni anno quando compilano la dichiarazione dei redditi. Soldi che poi la Conferenza episcopale italiana redistribuisce alle diocesi nella più totale e completa trasparenza. Basta andarsi a vedere il sito della Cei per rendersene conto. Finanziamenti con cui le Caritas aiutano i poveri, anche le mense vanno avanti grazie all’8 per mille, e le diocesi tutelano, restaurano e valorizzano le chiese, ossia una buona percentuale del patrimonio storico e artistico della penisola.



“In questo momento – spiega Zoncheddu – il dramma vero è la perdita del lavoro successiva al lockdown del Covid. Le richieste prevalenti rivolte al centro d’ascolto riguardano quindi l’occupazione, poi i generi alimentari, le bollette domestiche, gli affitti, i mutui. Adesso c’è anche una forte richiesta per l’attività scolastica. Le famiglie non hanno più i soldi nemmeno per comprare i libri. E solo come Caritas diocesana finora siamo arrivati a dare 40 mila euro di contributo per acquistare quello che serve per mandare i figli a scuola”.


Viterbo - Il direttore della Caritas Luca Zoncheddu

Viterbo – Il direttore della Caritas Luca Zoncheddu


Viterbo e la città invisibile degli invisibili. Quelli di cui parla Zoncheddu e che quotidianamente si rivolgono alla Caritas per chiedere aiuto. Un esercito di persone che presenta tuttavia aspetti diversi rispetto al passato più recente, cioè quello della fase precedente al Covid. Un’antropologia che si è andata trasformandosi nel giro di pochi mesi, facendo emergere in superficie situazioni che già bollivano in pentola e che la pandemia sta progressivamente facendo esplodere su tutto il territorio. “Solo alla parrocchia della Trinità (San Faustino ndr) – dice Aldo Piermattei, presidente dell’associazione don Alceste Grandori che da più di vent’anni gestisce la mensa Caritas di Viterbo – fino all’anno scorso assistevamo una trentina di famiglie. Adesso sono 60. E la stessa cosa vale anche per le altre parrocchie. I numeri di chi chiede aiuto e assistenza sono raddoppiati ovunque e su tutto il territorio della diocesi. E se sommi tutto, vengono fuori dei numeri stratosferici”.

“Dopo il lockdown – racconta il direttore della Caritas – diverse famiglie che portavano generi alimentari per aiutare la gente adesso vengono loro stessi a chiedere aiuto. Non solo, ma è radicalmente cambiata l’utenza. Prima a chiedere sostegno erano soprattutto i migranti. Adesso che i migranti sono fortemente diminuiti, a chiedere aiuto sono le famiglie povere del territorio. E nella maggior parte dei casi sono lavoratori licenziati”.


Viterbo - Il vescovo Lino Fumagalli

Viterbo – Il vescovo Lino Fumagalli


Lavoratori licenziati. Che vuol dire? Perché se si va a vedere bene il governo Conte ha vietato i licenziamenti per tutta la durata dell’emergenza Covid e distribuito casse integrazioni alle aziende che ne facevano richiesta. Quindi chi è il lavoratore licenziato che si rivolge al centro di ascolto Caritas? Probabilmente quello di cui ha parlato ieri mattina il vescovo Lino Fumagalli durante l’inaugurazione del centro di distribuzione alimentare della Quercia messo in piedi, anche in tal caso con i fondi dell’8 per mille, dalle diocesi di Viterbo e Civita Castellana e dal Banco alimentare del Lazio. Il lavoratore di cui parla Zoncheddu è quello di cui ha detto il vescovo. Il lavoratore in nero. Camerieri, runner, badanti, donne delle pulizie, commesse, partite Iva ecc. Insomma, il sommerso del precariato che, come Fumagalli stesso ha detto, prima del Covid campava in nero con 30 euro per 12 ore di lavoro al giorno. 

E se il lavoratore che si rivolge alla Caritas è questo, e questi sono i numeri, altissimi, potrebbe voler dire che un pezzo dell’economia cittadina prima del Covid è andata avanti in questo modo. Con i lavoratori in nero. I primi, ed è sempre stato il vescovo a sottolinearlo, ad essere “licenziati” senza nemmeno farlo sapere a nessuno. Perché appunto nessuno, formalmente, sapeva che stessero lavorando. “Licenziati” di punto in bianco e rimasti senza un euro, senza la cassa integrazione, senza la disoccupazione. Con i figli che vanno a scuola e il rischio di restare pure senza casa e sommersi dai debiti. Insomma, senza niente e senza nemmeno l’ombra di un diritto. Persone cui non resta altro che rivolgersi alla Caritas. 


Viterbo - Il presidente dell'associazione Grandori Aldo Piermattei

Viterbo – Il presidente dell’associazione Grandori Aldo Piermattei


“Quando una persona – dice chiaramente Zoncheddu – che prima aveva di che vivere si rivolge adesso al nostro centro di ascolto, vuol dire che l’ha tentate di tutti i colori per riuscire ad andare avanti. Vuol dire che noi siamo l’ultima spiaggia. Vuol dire che quella famiglia non più neanche da mangiare”. Un calderone che, dopo il lockdown, sta esplodendo definitivamente anche nella città di Viterbo, a sua volta già carica di contraddizioni e di irrisolti che mano mano si sono andati accumulando. 

Una situazione che la Caritas cerca quotidianamente di contrastare. Organizzando, proponendo progetti, stando sul territorio. Dal centro di distribuzione alimentare a terra degli uomini, per i braccianti, a Io resto al lavoro rivolto a chi sta nel mondo del commercio e dell’artigianato e rischia di perdere il posto.


Viterbo - L'inaugurazione del centro alimentare

Viterbo – L’inaugurazione del centro di distribuzione alimentare della Quercia


In sintesi, la Caritas è una delle realtà che fa le barricate contro la marea montante della povertà, specchio a sua volta di una città che in questi anni ha davvero chiuso gli occhi rispetto a quanto stava accadendo all’interno del suo tessuto sociale. Lo sviluppo sotterraneo di un esercito di invisibili senza diritti, ancora compartimentato e spacchettato, ma che il Covid in qualche modo sta accomunando in un unico destino. La povertà più assoluta per tutti. Dal lavoratore in nero della città al bracciante migrante delle campagne. Due figure che, fra l’altro, oggi popolano quasi tutti i quartieri del centro storico di Viterbo. 

Daniele Camilli


Fotogallery: L’inaugurazione del centro alimentare della Quercia

– Il vescovo Lino Fumagalli: “Il lavoro nero va estirpato, ma ha permesso a tante famiglie di sopravvivere”


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10 ottobre, 2020

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