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L'opinione del sociologo - Una riflessione in seguito alle polemiche scatenate dal tweet del governatore ligure Toti

Anziani a rischio per la pandemia, ma conta più l’età o il ruolo sociale?

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Mettiamola così: che i settantenni (e oltre, insomma gli anziani) siano “attenzionati” durante la pandemia, è inevitabile e necessario. Sono molto meno resistenti al virus e corrono rischi. Nel precedente lockdown diventavano le vittime dell’affetto dei nipoti e qualche volta anche di quello dei figli e pullulavano nei reparti di terapia intensiva. E, purtroppo, non solo lì, anche in certi camion…

Che, come ha fatto inavvertitamente filtrare il governatore ligure Toti, siano anche meno indispensabili per la società, è una teoria plausibile ma da dimostrare.

Passi la proposta di costringerli a starsene un po’ più in casa o a girare ad orari prestabiliti; andiamo verso l’inverno e forse si tratta di una raccomandazione neanche tanto irriverente o eccezionale.

Ma il vero rovello nasce allorché – per mancanza di spazi e di risorse – in un ospedale si dovesse scegliere se salvare un cinquantenne o un settantenne. Vale l’età? E se valesse anche il ruolo sociale? Chi scegliere tra un ragioniere di 50 anni e un presidente della Repubblica di 79? Tra un papa di 83 anni e un parroco di campagna di 40? Tra un infermiere della Croce rossa di 55 anni e un premio Nobel della Medicina di 71?

Certi problemi una volta li risolveva la natura. Dante stimava la durata della vita fino a circa settant’anni; il quarantenne Ulisse viene apostrofato come vecchio dal giovane e pimpante Antinoo; ancora a metà del ’900 i giovani consideravano i cinquantenni dei vecchi; meglio, dei “matusa”(lemme).

E pensare che per molto tempo gli anziani sono stati considerati i padroni del mondo: in una società altamente illetterata, erano portatori non solo di una saggezza forgiata dall’ esperienza, ma di vere e proprie nozioni orali di ogni genere, quasi fossero delle enciclopedie e dei manuali tecnici viventi. La gerontocrazia aveva un senso ben preciso, era una risorsa. A Roma governava il Senato, termine che deriva da senex, vecchio.

La nostra società moderna ha popolato il mondo di anziani; grazie al benessere, alle scoperte della medicina, al miglioramento complessivo della qualità della vita. Anziani sovente autonomi ben oltre gli ottant’anni e quindi presenti nel circuito della socialità, della politica, della cultura, persino del lavoro.

Con una età media raddoppiata nel giro di un secolo, le società più avanzate sono diventate sostanzialmente delle società “anziane”. Con qualche problema non di poco conto: innanzitutto, la riduzione della popolazione attiva e produttiva e l’allargamento oltre ogni previsione di quella formalmente inattiva, con inevitabili conseguenze sul bilancio dello Stato.

Qualcuno in vena di provocazioni (ma forse solo cinicamente realista come solo gli economisti e i contabili sanno essere) ha fatto notare che i giovani domani avranno difficoltà a garantirsi una pensione per “colpa” dei troppi pensionati vivi e vegeti di oggi. Senza contare la difficoltà del Welfare ad assicurare una adeguata qualità della vita alle comunità di anziani soli.

Perduta la capacità fondamentale di farsi “memoria”, dilagando nella società e impegnando a fondo il Welfare, gli anziani sono diventati un “problema”. Inutile negarlo. Se ne era accorto uno scrittore di fantascienza italiano, Umberto Simonetta, a cui si ispira Ugo Tognazzi nel 1979 per un suo film, con Ornella Vanoni, dal titolo ”I viaggiatori della sera”: non una grandissima opera cinematografica, beninteso, ma il tema è interessante. Infatti si parla di una specie di resort in cui vengono rinchiusi tutti coloro che compiono il cinquantesimo anno d’età. Nel resort, a sorteggio, un poco alla volta gli ospiti vengono segretamente eliminati. Il motivo di questa sottile strage, si scopre durante il film, è che in una società sovrappopolata gli anziani già a cinquant’anni sono inutili, anzi controproducenti.

Dunque, la pandemia scoperchia il vaso di Pandora della condizione anziana oggi nel mondo, e delle considerazioni contrastanti su di essa. Sui social hanno girato considerazioni di certi teenager che si lamentavano del lockdown asserendo che se non fosse stato per tutti questi vecchi che muoiono, il Covid-19 sarebbe stato solo una noiosa influenza da sopportare tra una movida ai Navigli, un viaggio a Ibiza e un salto in discoteca. Cinici? O spontaneamente e superficialmente sinceri? Quanti negazionisti sopportano la mascherina “giusto perché sennò muoiono tutti ‘sti vecchi”?

E allora, se in terapia intensiva si arrivasse malauguratamente al momento di scegliere, ripropongo la domanda: conta l’età, o il ruolo? Ed eventualmente, chi decide a quale altezza va posta l’asticella dell’importanza del ruolo?

Spero vivamente che il vaccino arrivi prima.

Francesco Mattioli


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4 novembre, 2020

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