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L’Irriverente

Bisogna fare a salvarsi e subito

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Che sta succedendo? L’estate di san Martino dura tre giorni e un pochinino, ma fa caldo ormai da molti giorni. Sono invece agli sgoccioli i giorni che ci separano da quello che al ministero della sanità Ricciardi chiama “tragedia nazionale annunciata”. Ha infatti calcolato il professor Anelli, presidente dei medici italiani, che “con la media attuale, in un mese arriveremo ad ulteriori diecimila decessi”. Morti “ulteriori” che si aggiungono cioè ai già defunti. In pratica più di 300 al giorno e per ognuno in tanti a piangere.

Tanti erano pure quelli che sabato e domenica hanno riempito le spiagge e gli altri che nel pomeriggio son tornati ad affollare le strade commerciali.

Bastava vederlo il serpentone di macchine che dal mattino presto ininterrottamente strisciava sulla Cassia, l’Aurelia, la Pontina per arenarsi all’ora di pranzo in qualsiasi posto fosse possibile mangiare, sedere a un tavolo di ristorante, di bar per un tramezzino rinforzato, di terrazza dove illudersi di prendere un po’ di tintarella.

Sulle pagine dei quotidiani, il lunedì, le foto di assembramenti – come si chiamano ora i passeggi collettivi – con lo sfondo di surfisti e naviganti da barchino domenicale, di auto incolonnate e, per non farsi mancare niente, anche di cortei e fumogeni. A Roma gli ambulanti in piazza Esedra, gli sportivi a piazza del popolo, i gilet alla francese al circo massimo. Tutto condito da spruzzatine di professionisti della contestazione di destra e di sinistra.

Quasi accanto alle ambulanze in fila che non possono far scendere i malati perché mancano i letti negli ospedali, dove il Covid espugna le corsie e ne spinge fuori gli altri malati i quali se muoiono – e come muoiono! – non figurano nelle statistiche.

Due Italie, due estati di san Martino e l’incubo freddo di chi con i brividi di un’influenza non trova chi gliela sa distinguere dal Coronavirus incombente. Come sul Titanic, si balla mentre l’iceberg Covid entra in bocca, nelle narici e riproducendosi quasi all’infinito deflagra e devasta.

Il virus non si fa impressionare e non gli importa di chi al mare o al ristorante, con o senza mascherina, fa conto che lui non ci sia. E neanche da quelli che in piazza gridano “Libertà!”. Da chi?

Così è andata sabato e domenica scorsi, due giorni in meno rispetto ai trenta ipotizzati dal presidente degli ordini dei medici, ma ora è il caso di fermarsi e subito perché l’Italia gialla, arancione o rossa non si trasformi in nero lazzeretto. Di cadaveri allineati ne abbiamo visti come in ogni pestilenza è avvenuto, ma in passato se ne uscì con l’impegno personale, il buon senso dell’igiene, il campanello al piede per marcare le distanze, le protezioni di stoffa cinese o meno a bocca, naso e occhi.

È quello che serve pure oggi e può darsi che basti, perché, diciamocelo, siamo soli. Con in calo la fiducia verso scienziati e politici troppo platealmente impegnati in competizioni che hanno tutto il sapore di lotte personali e, spesso,  senza “neanche un prete per chiacchierar”.

Il virus, purtroppo, potrebbe anche far crescere desideri di autoritarismo, se rinunciamo alla responsabilità individuale per allontanarci i sacrifici. Non siamo al luna park e se non facciamo a salvarci, par di capire, difficilmente altri potrà farlo con buon esito per noi. Ognuno per la salute propria, ma anche per la cosiddetta pace sociale. La quale, pare, non stia troppo bene.

Renzo Trappolini


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10 novembre, 2020

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