Viterbo – Questo fine novembre non sarebbe certamente pesato così agli anziani preoccupati per la particolare attenzione dedicatagli dal virus e ai ragazzi ai quali promettono la riapertura delle scuole ma dopo le vacanze di Natale. Come se questi giorni di fermo lezioni non fossero già vacanza forzata e il ritorno in aula un viva la scuola dove comunque mancheranno ancora un po’ di insegnanti (e siamo a fine primo trimestre) e gli orari da affollamento non sono cambiati. E i banchi? Beato chi troverà ancora quelli con incise le storie dei precedenti utenti tra cuori trafitti, commenti sulla bontà prorompente della compagna al secondo banco, soprannomi degli insegnanti.
Una fine da mese dei morti. Però, a ben vedere, non è stato sempre così con i primi freddi, le influenze di stagione e l’età avanzata che non è causa innaturale?
Certo, quest’anno il Covid aiuta e le trasmissioni tv pure. Con l’ansia indotta su noi “consumatori” da quegli elenchi giornalieri (colazione, pranzo, cena e pure merenda) di decessi e contagiati, raccontati questi ultimi come candidabili al cambio di lista. Filone d’oro per i bilanci delle aziende televisive e ispirazione redditizia per spot pubblicitari a sfondo salute e malattia e annessi rimedi da comprare. Non bastasse, pure film e fiction spesso ambientati in ospedale.
Fine di novembre pesante, perciò, e per tutti, ma soprattutto per i ragazzi a cui anche la scuola “da remoto”, e cioè da vicino sul computer, giunge a confermare una sorta di equivalenza d’immagini e vita tra i personaggi di Roblox o Minecraft che sembrano usciti da una scatola di Lego e gli insegnanti e i compagni. Anche loro figure che appaiono e scompaiono con un clic sul pc.
Quanto diversamente da noi adulti, che invece giocavamo, toccavamo, rincorrevamo per strada e non con il mouse. Parlavamo, litigavamo facendoci giustizia a botte e senza scudi spaziali. Di personaggi virtuali conoscevamo quelli delle storie di chiesa, dei quali comunque ci spergiuravano l’esistenza, e poi Babbo Natale con la Befana, ma quando ne prendevamo in mano i regali non c’era ragione per dichiarane l’inesistenza.
Noi, proprio noi, allora, una volta che il virus avrà sloggiato su qualche altro pianeta, come aiuteremo figli e nipoti a non meravigliarsi del mondo in carne e sentimenti con cui torneranno a contatto pieno e che non potranno evitare con un clic? Per accettarlo e conviverci da attori e non spettatori?
Come fargli rigustare lo stare insieme nello stesso banco, il primo sguardo, la prima carezza con quel che segue e la parola amore detta e soprattutto ricambiata sentendo il profumo di chi la pronuncia, che mai può passare da una tastiera? O la gomitata per copiare dal primo della classe e il sapore della pizza delle dieci e mezza, l’ora della ricreazione?
Mesi di realtà virtuale lasceranno il segno e converrà prepararsi ad aiutarli, i ragazzi, nell’atterraggio che non sarà facile.
A questo si pensa da genitori e nonni questa fine di novembre. Quando però, almeno a Viterbo, è data la possibilità di far arrivare a figli e nipoti un simbolo di vita reale e di colore come i luccicanti pesci di cioccolato, che, grazie all’arte dei pasticceri, sembrano veri.
Secondo una tradizione rimasta viva senza internet e nonostante il virus.
Renzo Trappolini
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