Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

L'irriverente

“Brigate rosse, si sarebbe dovuto dire subito: attenzione…”

di Renzo Trappolini
Condividi la notizia:

Renzo Trappolini

Renzo Trappolini


Viterbo – Caro direttore,

è un bollettino di guerra quello del tuo editoriale di domenica, lungo elenco dei caduti per terrorismo in una guerra che sorprese te nelle aule e negli ardori post sessantottini del liceo e noi trentenni nella responsabilità di rispondere con le parole e gli atti della politica alle violenze di una parte che “generavano le violenze dell’altra”, nel timore che si ripetesse “la terribile avventura del fascismo che in Italia era cominciata così”.

Parole di Cesare Romiti, storico amministratore della Fiat, negli stabilimenti della quale le Brigate rosse nel 1972 iniziarono la loro escalation di terrore, passando per operai, dirigenti e sindacalisti, uomini dello stato in uniforme, magistrati e giornalisti, fino al “salto di qualità” rappresentato da Aldo Moro.

“Come un suono macabro di campane, cadevano le vittime dei terroristi”, scrisse Giulio Andreotti il quale, a capo di un governo Dc per la prima volta sostenuto dai comunisti, guidò la resistenza e la vittoria sui brigatisti anche attraverso la decisiva azione investigativa del generale Dalla Chiesa, che guidava il braccio armato dello Stato, nelle cui strutture, le più segrete e delicate, si annidavano però anche ispiratori ed esecutori della non meno temibile e distruttiva violenza “nera”.

Per i partiti, per la democrazia e anche per i sindacati, all’inizio, non fu facile orientarsi. Scrisse nel 1979 Giorgio Amendola, uno dei grandi capi comunisti: “L’errore iniziale compiuto dal sindacato fu quello di non denunciare immediatamente” e la polemica politica portava spesso noi democristiani a dire che ai “rossi il primo latte non lo avevamo certamente dato noi” e gli altri a parlare di “compagni che sbagliano”.

Un tira e molla che non agevolò l’immediata consapevolezza collettiva dei pericoli che si correvano e la tragedia del tanto sangue versato, fino a che non arrivò il rapimento di Moro e fu scelta la strada della “fermezza senza condizioni”.

Quel giorno, il 16 marzo 1978, anche la “mitica inappuntabilità di Giulio Andreotti – come racconta Massimo Franco – venne stravolta, vinta da violenti conati di vomito. Il suo equilibrio saltò, si piegò in due, svenne, mentre arrivavano nella stanza Lama, La Malfa, Berlinguer, Craxi, Zaccagnini, Benvenuto… Due ore e mezza dopo l’ora fissata, presentò il governo al Parlamento” il quale, compatto dichiarò la guerra.

Il senatore locale cui ti rivolgi, caro direttore, siede nella stessa aula in cui operarono i politici di quell’epoca, anche Giulio Andreotti.

Perché ricordare tutto questo a margine di parole scritte sui social dall’amministratore di una società pubblica a Viterbo? Perché il monito di Giorgio Amendola rimane: “si sarebbe dovuto dire subito: attenzione!”.

Anche perché i tempi che nell’immediato ci attendono, con l’aggravarsi delle disuguaglianze portato dalla pandemia e l’ira dei più colpiti, non lasciano tranquilli.

Renzo Trappolini


 – Francesco Coco, Carlo Casalegno, Aldo Moro, Guido Rossa, Antonio Varisco, Mariano Romiti… di Carlo Galeotti


Condividi la notizia:
28 dicembre, 2020

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/tag/renzo-trappolini/