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Viterbo - Maria Rita Santoni Bastianini ricorda le merende nel piccolo negozio dietro alla stazione, dove si ritrovavano le bambine che giocavano per strada

C’era una volta il bar della sora Eugenia a Porta Romana…

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Maria Rita Santoni Bastianini

Maria Rita Santoni Bastianini

Viterbo – (s.c.) – Maria Rita Santoni Bastianini, classe 1938, nota insegnante viterbese e scrittrice per passione, con un’altra sua novella ci trasporta ancora nella Viterbo di tanti anni fa, dentro al bar della signorina Eugenia di fronte alla stazione ferroviaria di Porta Romana, quando la città era tranquilla e i rapporti umani erano importanti, e ci insegna l’inestimabile valore del recupero dei ricordi che rischiano di finire inesorabilmente nell’oblio.

Attraverso gli occhi stupefatti di una bambina, ci troviamo trasportati in un tempo lontano che sembra rimasto sospeso come in un mondo fiabesco e ne viviamo intensamente profumi, colori e sensazioni in prima persona.

La sora Eugenia

La signorina Eugenia aveva circa ottanta o forse più anni, ma per me era bella come una fata. Piccola di statura, con solo un paio di denti in bocca, la pelle del volto raggrinzita formava varie figure geometriche che io scovavo allegramente: piccoli e grandi triangoli, linee parallele e alcune di esse convergevano tutte insieme, arrivando fino ai confini degli occhi, come accade a chi ride di gusto.

La bocca aveva due labbra così sottili, che sembravano segni lasciati da un coltello affilato e quando parlava muoveva il mento in modo strano, quasi fosse mobile e mi ricordava quello della bambolina della Befana che mi aveva regalato papà. Anche il suo abito rassomigliava a quello della Befana: aveva una gonna arricciata alla vita, di color grigio, una camicetta con il collo di merletto e sulle spalle una mantellina bucherellata, di lana fatta con i ferri, di un colore rosa sbiadito, tale e quale a quello del suo volto. Gli occhi erano piccolissimi, ma svegli e ti puntavano come canne dei fucili.

Mi piaceva tanto, soprattutto quando tirava fuori dal barattolo di vetro i maritozzi con l’uvetta, la cui durezza faceva a gara con quella di un pane raffermo di una settimana. Mia madre, se il tempo lo permetteva, mi lasciava andare con le mie amiche di nove, dieci anni, a giocare alla stazione di Porta Romana, dove non circolavano auto.

Giocavamo correndo con la palla in mano, o saltando con la corda, riposandoci poco sulle panchine di peperino che segnavano e dividevano il marciapiede dalla strada. Ad una certa ora, circa alle diciassette, ognuna di noi tirava fuori i soldini per la merenda e tutte correvano al bar della “Sora Eugenia”. Un bar per modo di dire: era una bassa costruzione quadrata grigia e dal lato della strada, la parete era per metà aperta, formando un bancone con sopra una lunga lastra di marmo e da lì, come una misteriosa fata, ci porgeva quello che ordinavamo: maritozzi, aranciate, liquirizie a forma di macchinine, di fiori, lecca lecca, e c’erano anche confetti e caramelle.

Le vecchie mani tremavano un po’, ma noi non ce ne accorgevamo e le volevamo bene, anche se ci sgridava dicendo: “Una alla volta, calma, ce n’è per tutte!”.

Il tempo corre veloce, sbiadisce i ricordi, ma non quelli che hanno segnato in qualche modo la nostra fanciullezza. Dopo sposata, mi è capitato poche volte di trovarmi a passare per la stazione di Porta Romana, dove oggi partono e arrivano pochi treni.

Recentemente sono passata davanti al bar della sora Eugenia, ma ho visto una bella e grande costruzione, quasi tutta in vetro: è un bar dove si servono anche aperitivi, ma ai miei occhi non saranno mai invitanti come i maritozzi con l’uvetta di un tempo, né la bella ragazza vestita alla moda che ho visto servire ai tavoli sorridente mi ha ricordato il fascino della sora Eugenia. Forse è proprio vero quando si dice che la bellezza è negli occhi di chi guarda… e ricorda.


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5 dicembre, 2020

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