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Farnese -“Se non ci danno i soldi, gli tagliamo un pollice”, ma i fratelli Pira negano davanti al giudice. Il fucile sarebbe servito per cacciare i lupi che attaccano le pecore, non per fare rapine a mano armata. Per l’accusa, invece, avrebbero pianificato due colpi, uno a Farnese e uno a Montefiascone.
Fucile, munizioni e rapine. Paolo e Marco Pira negano davanti alla gip Rita Cialoni che ieri mattina ha interrogato i due fratelli di Farnese arrestati il 12 dicembre per la detenzione di un fucile e dieci proiettili clandestini.
I noti allevatori d’origine sarda, di 48 e 40 anni, sono inoltre indagati a piede libero per due colpi che avrebbero progettato di mettere a segno ai danni di una facoltosa coppia della zona e di un uomo di Montefiascone.
Da sabato reclusi nelle carceri di Velletri e Civitavecchia, al termine dell’interrogatorio di garanzia, che si è svolto in videoconferenza per via delle misure anti Covid, le difese hanno chiesto la revoca o misure meno afflittive, anche per consentire loro di lavorare.
Dettagli pulp. “Se non ci danno i soldi, gli spezziamo le dita o gli tagliamo un pollice”, avrebbero detto pianificando le due rapine, ascoltati dagli investigatori che li hanno intercettati per nove mesi.
La coppia benestante dell’Alta Tuscia avrebbe dovuto essere prelevata in campagna, condotta nella villa di proprietà e costretta sotto la minaccia delle armi a consegnare il bottino, decine di migliaia di euro in contanti che custodirebbero nella cassaforte. Se necessario, anche con la violenza.
Idem la vittima falisca, una persona all’apparenza non particolarmente facoltosa, ma che, in base alle intercettazioni, i Pira avrebbero ritenuto nascondere in casa, anche in questo caso, decine di migliaia di euro in contanti.
Avrebbero parlato anche di fantomatici criminali romani, senza mai farne i nomi, con cui avrebbero dovuto prendere accordi per l’esecuzione materiale delle rapine.
Una sorta di banda del torchio alla Totò per le difese. “Chiacchiere da bar”, secondo gli avvocati Angelo Di Silvio e Giuseppe Picchiarelli. Nessun riscontro tale da giustificare la misura di custodia cautelare chiesta dal pm Massimiliano Siddi anche secondo il giudice per le indagini preliminari che ha accolto la richiesta solo per la detenzione delle armi.
“Il fucile stava nell’ovile per difendere il bestiame dagli attacchi dei lupi. C’è stato messo dopo aver sentito di un vicino cui sono stati sbranati sette animali, ma non mai stato usato”, si sarebbe difeso Marco Pira, difeso da Di Silvio, sottolineando come l’arma fosse in bella vista, tra gli attrezzi agricoli e come sia stata consegnata spontaneamente ai carabinieri del Norm della compagnia di Tuscania che hanno condotto le indagini per la procura.
Si sarebbe invece detto completamente estraneo alla vicenda il fratello, Paolo Pira. “Lavoro a Montefiascone, non ne so niente”, avrebbe risposto al gip Cialoni il 48enne assistito da Picchiarelli.
Silvana Cortignani
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