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L'irriverente -

Pensieri oziosi in un ozioso lockdown

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini


Viterbo – Tappati in casa, senza neanche poter fare un salto a Sutri, cinque chilometri, di tempo ne rimane a chi (lui fortunato) non ha urgenze di salute e lavoro per guardare e guardarsi, passando dal sempre visto al visto veramente. Il tempo, infatti, non manca e cose e persone, in presenza o nel pensiero,  gli sono davanti senza che un richiamo esterno o la macchina che guida le allontani.

Allora pensa e cerca di capire, comprendere nell’intimo quanto lo circonda, scoprirne l’esistenza reale, domandarsi come e che fare nella situazione data.

Così, senza saperlo diventa quasi filosofo e, ora che ha tutto il tempo per riflettere, si accorge come Socrate di sapere solo di non sapere niente. Senza lockdown, invece, quando si movevano e poteva incontrarli o li trovava sugli schermi di casa e in mano su tablet e cellulari, gli altri mettevano in soggezione, così “saputi” e sicuri.

Il giallo e rosso scientifico-governativo apre la cataratta delle domande a risposta multipla e mai certa sulle questioni della conoscenza, dell’essere, del comportamento, insomma, come era scritto sui testi del liceo: gnoseologia, metafisica, etica.

Vorrebbe andare fino in fondo, ma arriva solo ad accettarsi nella natura di candidato a sbagliare. Si guarda intorno e scopre che un esserino invisibile fa saltare tutte le regole della conoscenza e del comportamento obbligandolo ad accettare anche la rinuncia alla libertà di uscire, incontrare, toccare.

Dopo un anno di reclusione full time o a tempo determinato, si scopre desideroso di osservare lo scorrere della vita “in modo disinteressato”.

D’altronde, l’interesse produce ansia e con essa anche la paura dell’incontro con l’ignoto che chiamano Covid, il quale è comunque parte di quella natura che (raccontavano i professori richiamando Aristotile)  “non fa nulla di inutile”. Non se ne conosce il perché, non lo si troverà mai per intero e, quasi quasi, converrebbe spingere il tasto off nella riflessione indotta da governo e pandemia, perché forse è meglio non sapere che sapere solo in parte. Anche se Voltaire insegnava che sì, “il dubbio non è piacevole, la certezza è comunque ridicola e solo gli imbecilli sono strasicuri di quel che dicono” e Francesco Bacone, il filosofo della conoscenza che viene dall’esperienza, constatava come “nella natura umana c’è più stupidità che saggezza”.

All’ora del telegiornale, con quelli che si litigano la salute e la fame di sessanta milioni di italiani nel bar sport di palazzo Chigi, queste considerazioni son come balsamo sulle ferite di un impegno civile (etico) profondamente lacerato fin sulla scalinata di uno dei templi della democrazia moderna, il Campidoglio di Washington.

Tra la natura che produce i virus, l’uomo che (se fu creato e non è invece un materiale in progress darwiniano) non è venuto molto bene a chi l’ha realizzato, verrebbe da compiangere, con Schopenhauer, il dio che fece questo mondo. Al quale, però, bisogna riconoscere il merito di aver infuso nella natura umana, a ben vedere, “più passione che ragione, perché tutto fosse meno triste, difficile, fastidioso”. Così rassicurava Erasmo da Rotterdam, quello che scrisse “L’elogio della pazzia”.

Che si torni presto, perciò, alle zone bianche dove ognuno farà quel che gli va e, così, di tempo per pensare poco gliene rimarrà.

Renzo Trappolini


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11 gennaio, 2021

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