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Ricordi - La storia di uno dei passatempi più amati e praticati del primo Novecento

Viterbo ai tempi del ruzzolone, tra scazzottate e banchetti di festa

di Vincenzo Ceniti
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Un giocatore di ruzzolone

Un giocatore di ruzzolone

Ruzzoloni

Ruzzoloni di Marcello Bellachioma

Viterbo – Negli anni dell’immediato dopoguerra, ho più volte assistito a lanci di ruzzolone (o rutolone come veniva chiamato a Roma) lungo la strada campestre della Pila, che dal campetto retrostante l’istituto tecnico Paolo Savi di Viterbo saliva in piena campagna fino a raggiungere il terzo chilometro della provinciale Cimina, costeggiando il casale di due contadini del tempo, Rosa e Mariano, visibile ancora oggi subito dopo la chiesa del Murialdo.

Via della Pila è diventata negli anni successivi una delle arterie urbane più frequentate del quartiere Barco e gli abitanti dei giorni nostri probabilmente non sanno neanche di cosa stiamo parlando.

Il ruzzolone era un disco modellato dal tornaro con spezzoni preferibilmente di frassino, acero bianco, pero, noce, ciliegio, sorbo. Legni particolarmente duri e compatti. Oggi è di multistrato leggero e calibrato, che nulla ha a che fare con quelli di un secolo fa. Ha il diametro di circa 25 centimetri e la forma di una caciotta del peso di 2 chili e dello spessore di circa 6 centimetri. Non si doveva spaccare a contatto coi sassi e le buche del terreno.

Il tornaro aveva l’accortezza di incidere sul bordo del disco (inizialmente piatto, poi tondeggiante) tre o quattro righe circolari, come si usava per gli stornavelli. In quei tempi artigiani del legno ce n’erano molti a Viterbo: mi vengono in mente Tondi e Gentili in via Saffi.

Il disco si stringeva con una cordicella (sparacina) che aderiva con tre-quattro giri sulle righe precedentemente intagliate e si lanciava con forza lungo la strada. La corda aveva una maniccia (o rocchetto) trasversale sempre di legno per tenere stretto l’attrezzo e terminava in un “croccolo”, cioè in un anello da infilare nel polso che la tratteneva dopo il lancio. Per far aderire bene la corda si provvedeva a strofinarla con alcune erbe, specialmente foglie di fave. A volte la corda era sostituita da una fettuccia o cinghia.

L’abilità consisteva nel mandare il ruzzolone più lontano possibile. E non era semplice farlo correre lungo il sentiero; spesso debordava nelle cunette o nei campi limitrofi. Ovviamente non c’erano regole precise, né giudici di gara ufficiali.

Inizialmente era un passatempo per uomini robusti (contadini soprattutto) che nel pomeriggio delle feste, dopo un abbondante pranzo campestre, lasciavano mogli e figli, si toglievano giacca e cravatta e impugnavano il ruzzolone per competizioni improvvisate.

Per garantire all’attrezzo una migliore stabilità si conficcava furtivamente all’interno del legno (sulla linea del bordo) un peso generalmente di ferro o di piombo detto “basso” che  assicurava  nelle curve maggiore aderenza al terreno.

Tifo e agonismo sempre alle stelle, spesso con liti e baruffe tra bande di partecipanti. Si ha notizia di un’animata scazzottata all’osteria Aquilanti della Quercia detta del “Villaggio” (prima che assurgesse a dignità di gran ristorante), che dovette essere addirittura sedata dalla Celere. Si racconta che uno dei contendenti avesse avuto un dito staccato da un morso.

Altrettanto note le risse tra giocatori di Viterbo e quelli del triangolo Cura – La Botte – Tre Croci che, insieme a quelli di Soriano nel Cimino e Monterosi, erano considerati i più agguerriti. A Soriano nel Cimino, il raduno (detto l’appello) era stabilito poco dopo il cimitero, al bivio delle provinciali per Orte e Vignanello. Nei giorni festivi, ma non solo, si concentravano nel centro collinare decine di giocatori che davano dimostrazioni di forza e talento. Rinomata l’abilità di due sorianesi chiamati Alpinolo e Macedonia.

Agli inizi del Novecento, data la pericolosità delle gare, un’ordinanza del municipio di Viterbo datata 10 marzo 1900 e firmata dal sindaco Giuseppe Bazzichelli ne aveva vietato il gioco “lunga la strada di circonvallazione e lungo le strade alberate. Nelle altre strade è permesso alla distanza di un chilometro dalla città e dagli altri luoghi abitati”.

Non a caso il disco di legno viene paragonato ad una forma di cacio. Si dice che i primi giocatori (a parte i soliti Etruschi) siano stati i pastori dell’Appennino, che, per passare il tempo durante la  transumanza, usavano una “ruzzola” di pecorino stagionato (anche abbastanza pesante) che a giochi conclusi (se tutto finiva in santa armonia) veniva pagata da chi perdeva e assaggiata da tutti, abbinata ovviamente a generose sorsate di novello fresco di fiasca.

A Viterbo negli anni 1945-50, oltre a quello della Pila, un sentiero “battuto” era quello che da porta Faul andava verso il Freddano, San Nicolao e il Salamaro. Molto frequentato quello che portava alla fontana del Boia. Ruzzolone anche nelle campagne dove oggi sorgono il Poggino e il Riello. Si giocava spesso a coppia e mi dicono che i viterbesi Umberto e Armando Isidori a quei tempi erano i più forti.

Sembrerebbe che per le regole ci si fosse attenuti nei tempi andati a un documento del 1809 rinvenuto a Vallerano, una sorta di regolamento predisposto da un segretario di quel comune. Le origini storiche del gioco sarebbero comunque assai remote: si parla addirittura del 15esimo secolo.

È noto che la regione più gettonata sia l’Emilia, dove il “ruzlùn” è molto diffuso. Non per niente a Sestola, in provincia di Modena, esiste via della Ruzzola.

Oggi il ruzzolone è una disciplina sportiva regolamentata dalla Federazione italiana giochi e sport tradizionali – Figest, affidata al Coni con tanto di campionati a vari livelli, campi omologati, club di territorio, atleti divisi in varie categorie eccetera. Il presidente del comitato provinciale di Viterbo è Marcello Bellachioma. Ma questo è un altro racconto.

Vincenzo Ceniti
Console Touring club


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10 gennaio, 2021

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