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Viterbo - Una commemorazione per il settecentesimo anno dalla morte del poeta sarebbe il minimo sindacale, per l'onore di essere in qualche modo legati alla vita e alle opere di Dante Alighieri

Viterbo città dantesca? Il comune cosa fa?

di Silvio Cappelli
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Viterbo - Le mura

Viterbo – Le mura


Viterbo – Ricorre quest’anno il settecentesimo anniversario della morte del padre della lingua italiana. Ci auguriamo che la città di Viterbo, in questa occasione, possa offrire un serio contributo di studi, una commemorazione sarebbe il minimo sindacale, per l’onore di essere in qualche modo legata alla vita e alle opere di Dante Alighieri (1265 – 1321).

Non è dimostrato che il Sommo poeta sia stato, o transitato, a Viterbo. Nessuna cronaca o statuto, nessuno storico, pur bene informato sul passato di Viterbo, ci ha dato mai certezze o prove inconfutabili su questo.

Eppure Dante Alighieri parla tanto di Viterbo per non averla conosciuta affatto. Anzi, i suoi precisi riferimenti, non danno certo l’impressione che lui abbia scritto per sentito dire.

Del Bulicame, per esempio, che il poeta accenna un paio di volte in forma generica, la terza volta che ne parla non vi è dubbio che dia dimostrazione di un ricordo personale quando descrive le donne che usavano l’acqua sulfurea.

Di certo Dante in quei tempi, se passò o si fermò a Viterbo, era uno dei tanti pellegrini toscani che, in occasione del Giubileo del Trecento, transitavano per arrivare a Roma e aveva come tappa obbligata la nostra città. E siccome era un terziario francescano potrebbe essere stato anche ospite del Convento di San Francesco alla Rocca.

In un passo del Purgatorio, infatti, Dante incontra Papa Adriano V che confessa di essersi convertito in punto di morte; e il papa era spirato a Viterbo confortato dai frati di San Francesco e questi ultimi, trent’anni dopo, gli avrebbero suggerito, in qualche modo, questo prezioso particolare.

Tra le diverse figure dantesche legate a Viterbo ci sono due importanti personaggi legati alle cronache del Duecento e sono Enrico di Cornovaglia e Guido di Montfort.

Per i luoghi si ricordano facilmente il Bulicame e la Prigione della Malta (in piazza del Sacrario).

E poi quattro papi: Clemente IV, Adriano V, Martino IV e Giovanni XXI.

E ancora il dottore della Chiesa San Bonaventura da Bagnoregio, l’arcivescovo Ruggero degli Ubaldini, e il bandito di strada Rinier da Corneto, della cui pericolosa presenza il Poeta era stato probabilmente avvertito da chi, prima di lui, era passato in questa zona.

Tanti personaggi e tante situazione per una città della quale Dante avrebbe soltanto sentito parlare. Chissà?

Ecco perché sarebbe importante che il comune di Viterbo, in questa importante occasione, promuovesse un convegno di studi per approfondire, e magari chiarire, la presenza di Dante Alighieri a Viterbo tanto da poterla chiamare, semmai gli studi lo dimostrassero, tra i tanti appellativi, anche quello di città dantesca.

Silvio Cappelli
 


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4 gennaio, 2021

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