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La bancarella dei ricordi - Maria Rita Santoni Bastianini classe 1938, insegnante e scrittrice per passione, racconta la città di tanti anni fa

I selcetti lucidi di corso Italia

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Maria Rita Santoni Bastianini

Maria Rita Santoni Bastianini


Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Si aspettava con gioia e con un po’ di batticuore: giovedì, venerdì. E poi ecco, era sabato! Per questo giorno, la scuola non faceva nessuno sconto, le lezioni erano normali e le aule erano al completo, di tutte le classi, basse e alte. Ma il pomeriggio… oh no…Quello non ce lo toccava nessuno. Parlo della gioventù che nel 1960 si sparpagliava per il corso Italia, a cominciare dalle prime ore del pomeriggio.

La vecchia Viterbo metteva in mostra nelle vetrine tutto quello che di meglio aveva: abiti di lusso, oggetti preziosi, scarpe all’ultima moda, mobili di ogni genere e perfino profumi, tipo Chanel: sì, già erano in vendita insieme a ottimi deodoranti, come quello delle signore dal nome famoso “Barbara Gould”. Il tutto era condito da profumi, meno inebrianti ma molto più gustosi: arieggiavano provenienti dei forni che attiravano come una calamita, con cornetti ripieni e maritozzi conditi con liquorini rossi.

Era una delizia passeggiare lungo il corso: da piazza del Comune si saliva verso il mitico negozio di un gelataio indimenticabile. Panna e cioccolata per tutti e tutti ne compravano. Si arrivava a piazza delle Erbe, con la sua bella fontana, e i gradini che la circondavano facevano da comodi sedili ai giovanotti che attendevano le loro ragazze, sempre in ritardo. Non c’erano in Viterbo altri “selci” più lucidi di quelli del Corso, tanto erano levigati dalle scarpe di noi giovani: sì, perché si faceva molte volte andata e ritorno, da lì alla piazza del teatro dell’Unione.

Oggi ragazzi e ragazze si incontrano, si abbracciano, parlano con disinvoltura, si danno pacche sulle spalle e perfino baci. Ma allora, e possiamo ben dire nei vecchi tempi, non era così: a meno che già non si fosse fidanzati, tra maschi e ragazzette c’erano dapprima lunghi sguardi che dicevano, in silenzio, tutto. Ci si girava per controllare se quei due bei “fusti” ci stessero seguendo, sempre a debita distanza. Era così che andavano le cose e una volta rotto il ghiaccio, quando dopo molti sabati e molti giri per il corso Italia, i due finalmente si avvicinavano alle ragazze, dicevano: «Scusate, permettete che vi accompagniamo?». Lo so, oggi fa ridere ed anche noi sorridevamo per far loro capire che accettavamo. Ma non ci si dava del “tu”, guai! Dovevano passare almeno due o tre sabati. Spesso l’innamoramento andava in porto ma ci si doveva lasciare molto prima di arrivare vicino al portone di casa! I nostri genitori, specialmente le mamme, subodoravano sempre se c’era qualche novità nella vita delle loro ragazzine; ed allora domande su domande, finché si crollava e si confessava che sì, avevamo conosciuto un ragazzo ma era solo un amico: per un po’ di tempo la bugia funzionava.

Questo era il sabato tanto atteso dai giovani viterbesi, sia essi studenti sia lavoratori, che poi erano in maggioranza. Tutti però, benestanti e meno abbienti, vestivano allo stesso modo, proprio come accade ai ragazzi di oggi, solo che si andava a passeggio ben “acchittati”, con gli abiti che allora andavano di moda: gonne e giacche attillate per le ragazze, camicia e cravatta per i ragazzi. Nessuno si sarebbe mai sognato di andare per il corso Italia con ai piedi scarpe di gomma, tipo quelle per la ginnastica. I “tacchetti” erano la prassi, anche se molto spesso andavano a ficcarsi proprio nel profondo spazio tra un selcio e l’altro, con grande impaccio della malcapitata che in quel momento avrebbe preferito sotterrarsi.

Ma, che volete, le cose allora andavano proprio così…

Rita Santoni Bastianini


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10 maggio, 2021

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