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L'opinione del sociologo - Una riflessione su come conferire a Viterbo una identità e un volto da offrire al turista

Storytelling e Pietro Egidi…

di Francesco Mattioli
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Viterbo – A proposito di storytelling per conferire a Viterbo una identità e un volto da offrire al turista e alla cultura, mi permetto di riportare il passo finale della Storia della Città di Viterbo di Pietro Egidi.

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli


Credo che tutti sappiano chi sia Pietro Egidi, mi limiterò a ricordare che è stato un grande studioso di cose viterbesi, docente universitario a Torino e funzionario del Ministero dell’Istruzione; durante questo incarico, fece trasportare una copia di Fontana Grande a Rodi –  allora italiana – e personalmente ho avuto il piacere di scoprirla presso il porto di quella città. Incidentalmente, mi piace anche ricordare che Pietro Egidi era il fratello di mia nonna paterna. Ma questo poco importa, quando nacqui lui era già prematuramente scomparso. Scusate il mio peccato di orgoglio.

Ecco il passo:

Potrà parere a quelli di voi ch’ebbero la pazienza di ascoltarmi, d’aver così conosciuto Viterbo. S’ingannano.
Il carattere della città non è dato da questo o da quel monumento, non è dato neppure da tutte le opere d’arte di cui s’adorna, così come il solo profilo non dà tutta la persona.E’ il complesso delle costruzioni, delle vie, delle piazze, col loro speciale colore, che forma la vera fisionomia, di cui le opere d’arte sono i lineamenti più salienti. Perchè questi prendano il loro posto e il loro significato, non basta neppure avere sott’occhio in uno sguardo panoramico tutto l’abitato della città.

Sulla lunga distesa dei tetti, solo qua e là emergeranno le torri quadrate, qui alte ed intere, lì mozzate e rovinose (furon quasi duecento, sono appena trenta o quaranta!), o il prospetto d’una chiesa o il coronamento d’un palazzo; non le vie, non le piccole case, non le modeste fontane, non le corti nascoste. E allora si potrà forse rievocare qualcuno degli episodi famosi del passato, ma non sorprendere i battiti della intima umile vita che ininterrotta pulsa da secoli nelle più recondite vene della città e ne fa parer presenti la morte generazioni.

Bisogna invece uscir dalle porte, correre lungo le mura e fermarsi pensosi sotto i torrioni che subirono gli assalti di imperiali e di pontifici, di italiani e di stranieri, conservando quasi intatta la loro forma primitiva: sostare sotto il palazzo ove prima gli abbati di S. Martino lietamente consumavano le sostanze accumulate dalla pietà dei fedeli, e più tardi donna Olimpia Maidalchini, sazia di baci papali, riposò dalle cure del pontificato. Bisogna andar soli, a zonzo, senza scopo, per le vie secondarie, nei quartieri più miseri, ove la nostra sfacciata e pettegola civiltà non è ancora penetrata. Nel quartiere di S. Pellegrino, per esempio.

A ogni passo, per così dire, una scena nuova, imprevista. Di dietro ciascun canto delle vie strette, buie, chiuse da nere case, tra le quali pare che a stento riescano a passare, piegandosi, spezzandosi, rivolgendosi, balza improvvisa la sorpresa. Ora è una fuga di gradini su cui s’apre una porta in piena aria; ora un grosso arcone che si schiaccia sui passanti, e di là fa travedere altri archi e scalette, balconi, muri grezzi, stipiti scolpiti; ora una nera torre massiccia, senza finestre, senza feritoie; ora la fresca vena di una piccola fonte.

Qua dalla parete ferrigna spunta un modiglione dolato; là dentro una corte erbosa fa capolino un portichetto dagli archi slabbrati. Un proferlo mezzo cadente pare sbarri la strada? è una voltata netta, oltre la quale sulla breve piazzetta sorge una piccola chiesa solitaria.

Chi di sotto gli archi del palazzo comunale non ha visto la piazza deserta, affocata in un meriggio di agosto; chi non è rimasto pensoso a contemplare i meravigliosi giuochi in cui il sole s’attarda tra le colonne e gli archi del palazzo degli Alessandri; chi non sa come sbianchi il peperino sotto il latteo raggio lunare, e quanto paurose le ombre notturne si annidino sotto i portici, e come fantastiche cadano dalle torri e corran per le vie, non conosce Viterbo, non può sentirne l’anima, non provarne l’irresistibile fascino.

Pietro scriveva queste cose nel 1912. I terribili bombardamenti del 1944 e l’incuria sorda di certi amministratori viterbesi, responsabili fra l’altro della distruzione della Torre di Rolando in Corso Italia e dell’affossamento della Torre di S. Biele tra i palazzoni fuori Porta Romana, hanno già pregiudicato qualcosa di ciò che lui ancora poteva ammirare.  Sta a noi proteggere ciò che è rimasto, ma anche ciò che è riemerso e, possibilmente, farne un tesoro da investire in uno sviluppo culturale  e turistico virtuoso.

 

Francesco Mattioli

 

 

 


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6 maggio, 2021

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