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Tribunale - La difesa del titolare dell'attività, imputato di sfruttamento di manodopera clandestina - Chiesta la protezione internazionale per la presunta vittima

“Non lavoratore al nero all’autolavaggio, ma imam sciita scappato dal Pakistan”

di Silvana Cortignani
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Sutri – “Non un lavoratore al nero, ma un imam sciita scappato dal Pakistan perché la moglie sunnita voleva ucciderlo”. Contro il decreto di espulsione è stata chiesta la protezione internazionale, mentre il presunto datore di lavoro, un connazionale che ha un autolavaggio a Sutri, è accusato di sfruttamento di manodopera clandestina. Non secondo la difesa: “Gli ha solo dato da mangiare”.

E’ lì che il 12 settembre 2019 i militari della guardia di finanza della compagnia di Civita Castellana hanno scovato il pakistano, durante un blitz contro il lavoro sommerso, mentre era intento a pulire l’interno di una vettura, al nero e privo di documenti.

Identificato e fotosegnalato, è stato colpito da decreto di espulsione dall’Italia, mentre il presunto datore di lavoro è finito a processo davanti al giudice Francesco Rigato per sfruttamento di manodopera clandestina.


Islamici in preghiera in una moschea

Islamici in preghiera in una moschea – Foto d’archivio


“Non stava lavorando, era lì perché era giunto in Italia due giorni prima e siccome siamo connazionali è venuto a chiedermi i soldi per mangiare”, ha spiegato l’imputato, un 44enne pakistano, assistito dall’avvocato Vincenzo Petroni, che ieri in aula ha raccontato la travagliata vicenda della presunta vittima, della cui difesa internazionale si è fatto nel frattempo carico. 

“In seguito all’intervento della finanza, il presunto lavoratore al nero e clandestino è stato colpito da decreto di espulsione, contro il quale abbiamo fatto ricorso con la richiesta del riconoscimento dello status di rifugiato politico, perché si tratta di un imam sciita, costretto a scappare dal Pakistan in quanto i familiari della moglie e la moglie, che sono sunniti, avevano attentato alla sua incolumità”, ha spiegato il legale.

“Si tratta di una storia particolare – ha proseguito il legale – si tratta di un imam sciita che in Italia è giunto dopo avere camminato per centinaia di chilometri a piedi dal Pakistan verso l’Europa, passando dalla Turchia. Abbiamo chiesto la protezione internazionale come rifugiato e il procedimento, dopo un primo diniego, è ancora in corso davanti al tribunale di Roma. Lui nel frattempo sta ancora a Sutri, quindi chiedo di poterlo sentire alla prossima udienza, così potrà spiegare lui stesso come sia finito a chiedere aiuto in quell’autolavaggio di un connazionale, che si è limitato a dargli da mangiare”, ha detto Petroni.

Il processo riprenderà a dicembre con l’interrogatorio del presunto imam sciita pakistano.

Silvana Cortignani 


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1 giugno, 2021

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