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Viterbo - La cassazione dice no - Voleva lasciare Mammagialla per scontare la pena in un'abitazione del capoluogo -

“Ho rotto con la figlia del boss”, genero di capoclan chiede i domiciliari

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Il carcere di Mammagialla

Il carcere di Mammagialla


Viterbo – (sil.co.) – Negati gli arresti domiciliari a Viterbo a un presunto narcotrafficante nonostante abbia dichiarato l’interruzione del rapporto sentimentale che a suo tempo aveva allacciato con la figlia di un boss della criminalità organizzata salentina considerato il capo del sodalizio criminale.

Si tratta di Mirco Burroni, 38 anni, originario di San Cesario di Lecce, detenuto a Mammagialla in seguito alla condanna a 16 anni e 8 mesi di carcere inflittagli il 6 ottobre 2020 dal gip del tribunale di Lecce, che lo ha assolto dall’accusa più grave, quella di associazione di stampo mafioso. La sentenza della cassazione risale al 17 marzo, mentre il 10 agosto sono state pubblicate le motivazioni. 

La difesa aveva presentato ricorso contro l’ordinanza con cui il tribunale della libertà di Lecce, l’11 dicembre 2020, dopo la sentenza di primo grado, aveva confermato l’ordinanza del gip del 13 novembre 2020 di rigetto della richiesta di sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con gli arresti domiciliari in un’abitazione del capoluogo della Tuscia.

Tra i motivi addotti dall’imputato figura l’interruzione del legame sentimentale con Simona Caracciolo, anche lei arrestata, figlia trentenne di Alessandro Caracciolo e Maria Montenegro, 59 e 52 anni, marito e moglie, considerati ai vertici dell’omonimo clan “Caracciolo-Montenegro”, che sarebbe nato da una costola secessionista della Sacra Corona Unita.


Condanne a complessivi due secoli di carcere

Burroni, assieme a suoceri, fidanzata e altri soggetti, è finito in manette nell’ambito dell’inchiesta del Gico denominata “Battleship”, culminata il 6 marzo 2019 coi 14 arresti che secondo gli inquirenti hanno permesso di smantellare l’associazione mafiosa “Caracciolo-Montenegro”.

Il processo agli imputati – accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, associazione a delinquere finalizzata alla produzione ed al traffico internazionale di droga, estorsione, rapina, furto e minaccia aggravata – si è concluso il 6 ottobre dell’anno scorso presso l’aula bunker del carcere di Borgo San Nicola con 22 condanne per due secoli complessivi di carcere (con lo sconto di un terzo della pena del rito abbreviato).


Chiesti i domiciliari nel comune di Viterbo

Il 37enne è stato condannato per la partecipazione al sodalizio dedito al traffico di stupefacenti (marijuana, ma anche eroina e cocaina) capeggiato secondo l’accusa dai coniugi Caracciolo-Montenegro, nonché per numerosi reati fine e per alcuni episodi estorsivi. Ma non per il 416 bis.

Per la difesa, ricorsa al riesame avanzando richiesta di arresti domiciliari nel territorio del comune di Viterbo, rafforzati dal braccialetto elettronico, c’erano a quel punto gli estremi per una attenuazione delle esigenze cautelari, tra cui lo stato di detenzione del capoclan. 


“Non basta dire che l’amore con la figlia del boss è finito” 

Il tribunale della libertà ha rigettato la richiesta, ritenendo concreto ed attuale il rischio di reiterazione criminosa sulla base di una serie di elementi tra i quali “la posizione del Burroni all’interno del sodalizio criminoso, con ruolo di esponente di spicco addetto ad attività di pusher e di recupero dei crediti con metodi estorsivi”, “la gravità delle imputazioni ascrittegli, consistenti in sette episodi specifici di cessioni di stupefacenti e in quattro azioni estorsive nei confronti di acquirenti debitori, contrassegnate da toni intimidatori piuttosto accentuati”, “l’insufficienza della sola dichiarata interruzione del rapporto sentimentale con la figlia dei boss Caracciolo a supportare l’assunto di un definitivo allontanamento dall’ambiente criminale”.


Nessun indicazione di recapito nel capoluogo

“I giudici della cautela – si legge tra l’altro nelle motivazioni – hanno altresì esaurientemente chiarito che, alla luce del pericolo di ripresa dei contatti con soggetti a piede libero dediti al commercio della droga e delle estorsioni e della mancata indicazione del recapito (mera indicazione della difesa della disponibilità della famiglia a locare un immobile in tale Comune), non potevano essere concessi gli arresti domiciliari in Viterbo”.

“In ogni caso – proseguono gli ermellini dichiarando inammissibile il ricorso – i giudici della cautela hanno ritenuto anche gli arresti domiciliari con l’ausilio del c.d. braccialetto elettronico insufficienti al contenimento del pericolo di recidiva, potendo il Burroni nuovamente contattare gli esponenti dell’associazione, al fine di riprendere i traffici illeciti”. 


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10 settembre, 2021

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