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Tribunale - In pieno centro storico - Imputato di minacce e violenza sessuale un 33enne - È lo stesso che ha rapito per sbaglio una bimba a Santa Rosa e si è imbucato al rave party di Valentano

Molesta una mamma che va a prendere la figlia a scuola…

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Viterbo - Operazione dei carabinieri in centro

Un’operazione dei carabinieri in centro


Viterbo – (sil.co.) – Una ne fa, cento ne pensa. L’ultimo processo a suo carico, per minacce e violenza sessuale, si è aperto ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini.

A San Faustino, il quartiere del capoluogo multietnico per eccellenza, avrebbe molestato una giovane mamma romena che andava a prendere la figlia a scuola e poi brandito un coltello minacciando di morte il marito intervenuto per difenderla.

E’ il pregiudicato albanese 33enne che lo scorso agosto si è imbucato in maniera rocambolesca al rave party di Valentano, passando in macchina per le strade sterrate di campagna in modo da eludere le forze dell’ordine, che nel frattempo avevano blindato l’area bloccando gli ingressi. Non ha però pensato ai controlli in uscita, quando è stato fermato e denunciato per occupazione abusiva e violazione dell’obbligo di dimora a Viterbo cui era sottoposto. Nel frattempo è finito in carcere per una vecchia pena diventata esecutiva. 

Ma può vantare un curriculum ricco di precedenti. E’ lo stesso giovane, ad esempio, che la sera del 4 settembre 2016, dopo la fiera di Santa Rosa, si fece arrestare a San Pellegrino con l’accusa di avere rapito una bambina. Uno scambio di persona. In realtà, completamente ubriaco, aveva preso per mano una bimba sconosciuta invece della figlia dell’amica con cui era uscito. 


Il sostituto procuratore Chiara Capezzuto

La pm Chiara Capezzuto


Stavolta i fatti risalgono alle 13.30 circa del 6 dicembre 2018 quando, in fondo a via Cairoli, all’altezza del bar dei dominicani nel frattempo chiuso, dove si trovava con due amici, avrebbe bloccato una mamma d’origine romena che stava andando a prendere la figlia all’uscita di scuola, parandosi davanti alla donna con le braccia spalancate per non farla passare e tentando di baciarla. 

La donna, riuscita a fatica a liberarsi della presa e a svicolare, è corsa a scuola e nel frattempo ha telefonato spaventata al marito, un connazionale, raccontandogli l’accaduto e chiedendogli di andare incontro a lei e alla figlia nel timore di incontrare di nuovo il  molestatore sulla strada del ritorno.

“Mia moglie e mia figlia camminavano davanti e io un metro e mezzo dietro. Davanti al bar c’era il terzetto che lei mi aveva descritto. L’imputato, quando sono passate, è andato dietro a mia moglie e le ha annusato il collo, ha raccontato in aula il marito, sentito come testimone, non facendo però alcun cenno al presunto tentativo di strappare alla donna un bacio.

“Allora mi sono fatto avanti e gli ho intimato di non avvicinarsi mai più a mia moglie e mia figlia, che peraltro era stata già abusata sotto casa”.

“Gli ho gridato ‘tu non la devi toccare la gente per strada’ e anche ‘loro due non le devi fermare mai più’, al che lui ha infilato la mano nella tasca e tirato fuori un coltellino di quelli piccoli pieghevoli, facendosi contro di me che, per schivarlo, ho fatto per scappare, cadendo a terra, mentre lui mi urlava ‘ti ammazzo, ti ammazzo'”, ha proseguito l’uomo, spiegando come l’aggressore “puzzava di alcol”.

Sul posto si sono precipitate una pattuglia di carabinieri in borghese che stava in via Marconi con l’auto civetta e una pattuglia in divisa con l’auto di servizio.

“Non abbiamo trovato traccia del coltello, né addosso all’imputato, né dentro al bar. Ma al nostro arrivo brandiva una bottiglia di birra, tenendola dalla parte del collo. Non per bere, ma per minacciare”, ha spiegato uno dei militari del Norm intervenuti. 

Il processo riprenderà il 2 febbraio per sentire la vittima, che nel frattempo si è trasferita in Germania per lavoro, e altri testimoni presenti in via Cairoli al momento dell’accaduto. Lo stesso giorno, salvo imprevisti, la pm Chiara Capezzuto, titolare del fascicolo, potrebbe giungere alle sue conclusioni e decidere se chiedere la condanna o l’assoluzione dell’imputato. L’albanese è difeso dall’avvocato Luigi Mancini, sostituito all’udienza di ieri dalla collega Giorgia Carbone. 


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7 ottobre, 2021

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