Tragedia a Barbarano Romano – Nei riquadri i cugini Fausto Fortuna e Adriano Fortuna
Barbarano Romano – (sil.co.) – Eroina killer, l’ultima battuta dei cugini uccisi da overdose: “Andiamo ad ammazzare il cinghiale”.
Lo ha detto uno zio, sentito durante l’udienza di ieri del processo ai due presunti spacciatori, una 36enne e un 43enne di Blera, imputati di morte in seguito a cessione di sostanze stupefacenti.
Il difensore Emilio Lopoi e il pubblico ministero hanno concordato sia sull’acquisizione delle due consulenze, sia su quella del verbale dell’interrogatorio degli imputati. Secondo Lopoi: “Il pusher dei cugini è un’altra persona”.
Per sveltire i tempi del processo per la morte dei cugini Adriano e Fausto Fortuna sono state acquisiste la relazione del medico legale Mariarosaria Aromatario e la perizia telefonica sui cellulari delle vittime affidata al professor Sergio Civino.
Adriano, 42 anni, era un agente di polizia penitenziaria. Fausto, 37 anni, era invece un artigiano e faceva l’idraulico. La tragedia è avvenuta a Barbarano Romano, dove i cadaveri dei due uomini sono stati rinvenuti dai familiari la mattina del 28 giugno 2014, un sabato d’inizio estate, a casa del più grande dei due, un appartamento nel centro storico di via Garibaldi. I corpi erano riversi uno vicino all’altro sul pavimento, in cucina. Poco distante dai cadaveri due siringhe.
Sei le parti civili: i genitori di Fausto e di Adriano, nonché il fratello e la sorella di quest’ultimo, assistiti dagli avvocati Paolo Pirani e Michele Ranucci. Bartolomeo Fortuna, il papà di Adriano, anche ieri era presente in aula.
Durante l’udienza è stato sentito come testimone un parente dei due giovani, uno zio 62enne, con cui Fausto aveva anche lavorato e che li aveva incontrati la sera prima.
L’avvocato Paolo Pirani, difensore di parte civile dei familiari
I due cugini avevano trascorso il venerdì sera insieme, prima facendo aperitivo in un bar del paese, fino a verso le 20,30, poi cenando in un agriturismo sulla provinciale Blerana.
Allo zio, che si recato presso il locale verso le 21,45 rimanendo in loro compagnia per circa un’ora e mezza, avrebbero fatto una battuta: “Noi adesso andiamo ad ammazzare il cinghiale”.
“Era poco prima di mezzanotte, sicuramente dopo le undici. Io li ho salutati dicendo che sarei andato a casa a dormire, loro mi hanno risposto che sarebbero andati invece ad ammazzare il cinghiale, ma non ci ho trovato niente di strano. Per me era una battuta come un’altra, visto che tra l’altro erano entrambi cacciatori”, ha spiegato lo zio alla pm, che gli chiedeva spiegazioni sulla frase.
“Sono andato all’agriturismo dopo cena e c’erano anche loro. Ci siamo presi un bicchiere di vino insieme e siamo rimasti a chiacchierare fino a verso mezzanotte. Durante la serata ho fatto uno squillo a Fausto, senza risposta, perché aveva perso il mio numero, così poteva memorizzarlo nuovamente sul cellulare. La mattina dopo ho saputo che li avevano trovati morti. Non sapevo che facessero uso di droga, ma solo che Fausto aveva avuto dei problemi anni prima, quando si diceva che anche Adriano ne facesse uso sporadico, ma che era tutto risolto”.
Il processo riprenderà il prossimo 14 marzo, quando sarà sentito uno dei carabinieri che si sono occupati delle indagini, per poi procedere con la discussione e la sentenza.
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