Viterbo – Non c’è stato talk show quirinalesco e tanti i giornali in cui, da martedì sera, non si sia parlato di Viterbo. Grazie Letta, dunque, almeno dalle falde dei Cimini! Perché, avrà pure fatto flop nazionale la sua proposta di un conclave di supercardinali del parlamento per scegliere il capo dello stato, ma è servita a far ricordare a telespettatori e lettori che furono i viterbesi a inventare quel format elettorale chiuso a chiave che, da più di 750 anni, consente ad un numero pari ad un decimo dei votanti per il presidente di sessanta milioni di italiani, di eleggerne uno (e talvolta di più con gli antipapi) che, a vita, comanda su un miliardo e mezzo di persone.
Certo, c’è conclave e conclave e quello immaginato per Montecitorio rasenta abuso di denominazione e superficialità nella indicazione perfino della chiusura e della dieta. La prima, per il rischio ( concreto e da molti auspicato) di furto della chiave per buttarla; la seconda, il pasteggiamento a pane e acqua indegno della tradizione democristiana (i “forchettoni”) da cui Letta proviene e senza neanche un accenno alla pur doverosa espiazione del peccato di troppo lunga omissione elettorale che gli elettori dei grandi elettori, cioè noi, avrebbero diritto di veder punire.
A corollario di detta superficialità, basterebbe ricordare quanto scritto un grande storico e vaticanista, Giancarlo Zizola, il quale, ricordato come di conclavi ce ne furono di “irrorati dalla forza dello Spirito, altri dalla potenza del denaro”, aggiungeva “gli attori di volta in volta furono santi oppure, per dirla con Dante, dei “barattieri”. Coi primi l’elezione fu un fatto teologico, coi secondi semplicemente un affare”, perché i “barattieri” per il sommo poeta altri non erano che quanti in vita avevano pure venduto cariche pubbliche.
Comunque, dato che la Divina Commedia riserva ai “barattieri” l’immersione e la permanenza eterna nella pece bollente che li invischia come dalla corruzione furono invischiati in vita, agli attuali abitatori di Montecitorio che hanno respinto il format lettiano è andata bene, evitando l’aggravante infernale da conclave.
Diverso l’esito del giudizio delle urne temporali, quando – mese più, mese meno, ci siamo quasi già – arriverà il giudizio dei cittadini, i quali “fatti non furon a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Una cosa, quest’ultima, che gli è però preclusa dai pochi che pensano di tutto sapere e tutto potere in quella Torre di Babele parlamentare in cui son rinchiusi per parlare. Ma non si capiscono, loro. Figuriamoci noi.
Renzo Trappolini
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