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L'Irriverente -

Per entrare al Quirinale dovettero chiamare un fabbro, e oggi?

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini


Viterbo – Il primo italiano entrato da capo dello stato al Quirinale, Vittorio Emanuele II, appena messo piede nel palazzo tolto ai papi, disse in dialetto piemontese: “Finalmente i suma”, finalmente ci siamo. Come frase storica un po’ poco e Vittorio, notorio tombeur de femmes (fatta l’Italia, si diceva, “a fare gli italiani” ci avrebbe pensato lui) non era impaziente di alloggiare nei puritani appartamenti pontifici. Arrivò, infatti, solo il 2 luglio 1871, più di nove mesi dopo Porta Pia, perché Pio IX se ne era fino ad allora tenuto le chiavi, pur consentendo che i pochi svizzeri di guardia si arrendessero issando sul Torrino, in mancanza di una dignitosa bandiera bianca, un vecchio lenzuolo rimediato nei guardaroba.

Da quel 20 settembre 1870 – quando i romani, che il giorno prima alla Scala Santa avevano implorato “Santità non partite!”, corsero ad applaudire i bersaglieri perché diversamente dai mercenari stranieri del papa: “Armeno questi li capimo!” – il Palazzo rimase chiuso e ci volle una delibera del nuovo governo, ma soprattutto un fabbro, perchè l’8 novembre il generale La Marmora lo occupasse ordinando anzitutto l’inventario degli arredi. Nella stanza da letto di Sua Santità, c’erano un letto d’ottone a una piazza e mezzo con materasso di foglie di granturco, un genuflessorio con due cuscini, comò e tavoli, cinque poltrone, uno sgabello coperto di damasco, due orinaliere e due sputarole, un bidet con bacile, una “poltrona di noce per uso comodo”.

Il “padre” della Patria, Vittorio Emanuele II, potè quindi andarci ad abitare e, come lui, Umberto I, Vittorio Emanuele III, Umberto II il quale, dopo appena un mese di regno, ne fu sloggiato dalla Repubblica, i cui presidenti non vi risiedettero tutti.

Nessuna presidentessa finora e, quanto a presenze femminili, a parte i papi scapoli per dovere d’ufficio, tre presidenti erano vedovi; la signora Pertini e la signora Cossiga giammai salirono lo scalone d’onore; Laura Segni e Vittoria Leone dovettero discenderlo presto perché il presidente Segni non concluse il mandato a causa di un ictus che all’epoca dicevano gli fosse vento dopo un incontro con Aldo Moro e Saragat, mentre a Giovanni Leone fu fatale il “chiacchiericcio” di ambienti giornalistici e politici del quale, in occasione dei suoi novant’anni, gli spericolati (diciamo così) chiacchieroni chiesero pubblicamente scusa.

Anni prima, il Palazzo aveva ospitato la regina Sofia delle due Sicilie, esule a Roma insieme al marito Franceschiello. Vivace, come la sorella Sissi, mal sopportava gli sfarzi e il bigottismo della nobiltà dell’epoca (“un mucchio di foglie secche”, secondo lo storico Gregorovius), preferendo cavalcare in campagna e tirare con la pistola. Al popolo piaceva, ma le maldicenze anche nei suoi confronti (la accusarono di sparare ai gatti) furono tali che se ne tornò presto ai boschi di Baviera.

Dicono che il Quirinale sia anche casa nostra, la “casa degli italiani”, e non a torto, considerando che lo manteniamo noi con le tasse per 224 milioni di euro all’anno.

Normale perciò pretendere che il suo futuro inquilino sia, per quanto possibile e soprattutto, un buon italiano. Ce ne sono? Stando ai discorsi dei politici, i dubbi sarebbero giustificati e sembrerebbe quasi di essere ai tempi di Sodoma e Gomorra, quando anche per Dio era difficile trovare un numero di giusti sufficiente a scongiurare la distruzione delle due città.

Figuriamoci ora che, a fare il ricercatore del migliore, è questo parlamento.

Renzo Trappolini


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23 gennaio, 2022

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