Viterbo – (sil.co.) – Maresciallo ucciso dall’amianto, i familiari chiedono un risarcimento di un milione e 718.748 euro. Il militare si è arruolato nell’esercito italiano il 5 settembre 1988 e ha frequentato la scuola allievi sottufficiali di Viterbo.
Il Tar del Lazio, dichiarando la responsabilità del ministero della difesa, riconosce agli eredi, difesi dall’avvocato Ezio Bonanni del foro di Roma, il diritto al risarcimento del danno biologico e morale sofferto dal militare a causa della malattia, per quantificare il quale è stata disposta la nomina di un “verificatore”.
I familiari del maresciallo nel frattempo, sulla base delle tabelle del tribunale di Milano, in relazione al danno biologico subito al 100 per cento per una vittima dell’età di 44 anni, hanno indicato un importo di un milione e 418.748 euro. Hanno poi indicato i danni patrimoniali nell’importo di 300mila euro, quantificando quindi l’importo complessivo in un milione e 718.748 euro.
A quantificare il danno per il tribunale amministrativo del Lazio sarò un dirigente o funzionario dell’Inail, il quale dovrà tenere conto dell’entità delle lesioni subite e dell’aspettativa di vita nonché dell’età del militare all’epoca dell’insorgenza della patologia. La sentenza definitiva è stata quindi rinviata al 17 giugno per le conclusioni.
Roma – Tar del Lazio
Dalla scuola sottufficiali ai teatri di guerra
Il militare si è arruolato nell’esercito italiano il 5 settembre 1988 e ha frequentato la scuola allievi sottufficiali di Viterbo, in qualità di allievo infermiere specializzato. Successivamente è stato trasferito presso la Scuola allievi sottufficiali infermieri professionali di Roma e, dal 4 settembre 1991, presso la Scuola unificata sottufficiali infermieri professionali di Bologna.
Nel 1992, in qualità di infermiere professionale, è stato assegnato all’ospedale militare di Chieti, dove ha svolto la sua attività lavorativa presso il laboratorio di analisi. Nel 2010, quando è stato trasferito alla Cmo, dove è rimasto in attività fino al momento in cui, nel novembre del 2011, ha avuto esordio la malattia che ne ha causato il decesso.
L’attività presso l’ospedale militare di Chieti è stata inframmezzata dall’impiego del sottufficiale in numerose missioni all’estero, quale supporto infermieristico ai team Eod (Explosive ordnance disposal), ossia agli artificieri che intervengono sugli ordigni inesplosi, e si sarebbe spostato pertanto di frequente con mezzi corazzati – nei quali sarebbe stato presente amianto – che raggiungevano aree contaminate da uranio impoverito e da polveri e fibre di amianto.
Afghanistan – Il militare ha partecipato alla missione Enduring Freedom
In Kosovo senza dispositivi di protezione
In particolare in Kosovo, nel 2000, il militare sarebbe stato esposto anche all’amianto presente nelle cucine da campo e nei mezzi corazzati utilizzati per gli spostamenti. Inoltre, muovendosi nei teatri operativi al seguito degli artificieri, il sottufficiale sarebbe stato esposto all’amianto, all’uranio impoverito e ai metalli pesanti polverizzati nell’aria a seguito della distruzione, mediante ordigni e proiettili contenenti uranio impoverito, delle strutture presenti in loco, di armamenti o di carri armati, contenenti amianto e altre sostanze nocive. In tutte queste situazioni, il militare avrebbe operato privo di dispositivi di protezione e, inoltre, non sarebbe stato informato della presenza di agenti patogeni.
Amianto sugli elicotteri in Afganistan
Nel corso della missione “Enduring Freedom”, in Afganistan, il militare si sarebbe servito per la propria attività di mezzi contenenti amianto per recarsi nelle aree da bonificare da ordigni inesplosi. La presenza di amianto sarebbe stata accertata pure negli elicotteri impiegati dall’esercito italiano. Inoltre, l’amianto sarebbe stato presente nelle cucine da campo, ove non sarebbe stato esposto all’epoca il cartello – apposto invece successivamente – volto a segnalare il rischio dovuto alla presenza di amianto.
In Libano esposto anche al piombo
A Rajlovac, in Bosnia, il militare avrebbe lavorato nella base adiacente all’area utilizzata dalle forze di coalizione come pista per gli elicotteri. Nelle ulteriori due missioni in Kosovo, il maresciallo capo sarebbe stato nuovamente impiegato a supporto dei team Eod e avrebbe operato presso il laboratorio di analisi di Belo Polie. In Libano, sarebbe stato impegnato con gli artificieri della Brigata Garibaldi, in un’area nella quale sarebbe stato esposto anche al piombo e alle sostanze nocive presenti negli esplosivi e nella polvere da sparo.
Ospedale militare di Chieti a rischio
L’esposizione ad amianto si sarebbe verificata anche durante l’attività lavorativa presso l’ospedale di Chieti, ove il militare avrebbe operato fino al 2009 quale infermiere professionale nel reparto laboratorio analisi, addetto anche a tecnico di laboratorio. Nel laboratorio l’amianto sarebbe stato presente nella copertura in eternit di un piccolo locale esterno al laboratorio dove erano conservati i cosiddetti gas tecnici, nelle condotte delle tubazioni, nelle guarnizioni della caldaia e delle stufe, nei guanti utilizzati quali dispositivi di protezione individuale e, soprattutto, nelle retine spargifiamma utilizzate insieme ai becchi bunsen. In particolare, l’esposizione alla fiamma del becco di bunsen avrebbe ridotto in polvere l’amianto presente nelle retine spargifiamma, determinando l’aerodispersione di polveri e fibre di amianto.
Fisico debilitato dalle tante vaccinazioni
Il fisico del militare sarebbe stato inoltre debilitato dalle numerose vaccinazioni effettuate nell’imminenza delle partenze, che avrebbero depresso il suo sistema immunitario. E sarebbe stato tenuto all’oscuro della condizione di rischio dovuta ai diversi agenti patogeni e cancerogeni cui è stato esposto e non sarebbe stato dotato degli strumenti di prevenzione tecnica e protezione individuale, quali aspiratori delle polveri e maschere protettive. Il militare non sarebbe stato sottoposto, inoltre, a sorveglianza sanitaria.
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