Viterbo – Nell’anno del Signore 1541, ossia l’anno in cui il cardinal Reginald Pole (parente di Enrico VIII e da questi esiliato a causa della sua opposizione allo scisma d’Inghilterra) divenne legato del Patrimonio di San Pietro nella nostra città, Viterbo divenne rapidamente il punto d’incontro dei migliori intellettuali italiani. In città si era rifugiata Vittoria Colonna a seguito di un conflitto tra la sua famiglia e quella di papa Paolo III Farnese.
La Pietà – Sebastiano del Piombo
Vittoria, che era una nobildonna ma anche una valentissima poetessa lodata da Ludovico Ariosto e ritratta da Tiziano, era grande amica di Michelangelo Buonarroti che venne spesso a farle visita nella nostra città. A quell’epoca risalgono gli schizzi michelangioleschi delle Terme del Bacucco, oggi conservati in Francia.
A quell’epoca e sotto la protezione appunto del Cardinal Pole che ne faceva segretamente parte, risale pure tutto l’esperimento degli Circolo degli Spirituali (Ecclesia Viterbiensis), nato con l’obiettivo di riformare la Chiesa dal suo interno prendendo ispirazione dalla riforma luterana ma rinnegandone la secessione da Roma.
Di questo circolo, oltre alle personalità sopracitate, facevano parte tra gli altri l’umanista Beccadelli, il cardinal Morone e Priuli. Pietro Bembo fu maestro di molti degli affiliati viterbesi a questo movimento. Da questo circolo scaturì la pubblicazione del “Beneficio di Cristo”, uno dei più influenti testi di teologia dell’epoca.
Questo quadro, che ho appena tratteggiato per insindacabili esigenze di brevità e perché non sono uno storico, tantomeno dell’arte, mi auguro abbia dato un’idea anche vaga del fermento culturale che animava Viterbo in quegli anni, fermento in cui si inseriscono le due tavole di Sebastiano del Piombo oggi visibili nel novissimo spazio di Palazzo dei Priori.
La Flagellazione – Sebastiano del Piombo
Dovrebbe a questo punto esser chiaro ai lettori che sia Sebastiano che Michelangelo, la cui collaborazione è considerata una tra le più significative nella storia dell’arte, non si trovavano dalle nostre parti per caso ma per via di una rete di amicizie personali e convinzioni filosofiche e religiose imprescindibili dall’esperimento di riforma della Chiesa di cui ho scritto sopra.
Veniamo ai nostri tempi.
Quando l’amministrazione di centrosinistra annunciò il progetto di apertura del museo di Sebastiano del Piombo, ossia la precisa volontà di scorporare le due tavole dalla pinacoteca cittadina per farne un’attrazione singola, i più attenti tra voi ricorderanno che proprio da queste colonne dissi che non mi pareva una buona idea, convinto come sono che spogliare il museo dei suoi pezzi più celebri significa impoverire l’offerta del museo riducendone la capacità di attrarre visitatori, il che è male, e che smembrare una pinacoteca significa non considerare le opere raccolte nel museo civico come un corpus unico che racconta la storia della città, il che è peggio.
E però, mi dicevo, magari diventa una buona occasione per raccontare alla città e ai turisti in maniera approfondita ma di semplice fruibilità il periodo che vi ho tratteggiato poche righe sopra, magari persino attraverso un percorso multimediale che abbia un senso nel ventunesimo secolo, con un’installazione immersiva e interattiva che collocasse quelle opere nel tempo e nello spazio.
Ossia, mi dicevo, forse il visitatore uscirà dallo spazio espositivo non solo con gli occhi pieni dei capolavori di Sebastiano ma con una nuova contezza riguardo a un periodo storico cittadino che non sia l’affascinante, fondamentale, meraviglioso quanto abusato medioevo.
Seh, lallero.
Museo dei Portici Sebastiano Del Piombo
Ereditato il progetto dalla sempre troppo tardi naufragata recente amministrazione di centrodestra, aperto lo spazio espositivo senza veruna cartellonistica che ne indichi l’esistenza (a meno che questa non mi sia sfuggita, e se mi fosse sfuggita significa che è mal posta) il tempo che ci è dato visitare è fermo al 1970 e lo spazio pure.
Passato il bancone dove cortesissimi addetti controllano green-pass e temperatura si entra in uno spazio imbiancato dove le tavole vengono brevemente introdotte da qualche elegante e stringato cartellone bilingue.
Indi si ha modo di apprezzare le due tavole illuminate al meglio consentito dall’obbligo di conservarle sottovetro e a temperatura e umidità costanti e dunque, non essendo un tecnico, sospendo il giudizio, con la possibilità di girare intorno alla Pietà per ammirare alcuni disegni presenti sul retro della tavola, sempre che si abbia avuto la curiosità di farlo perché nulla nello spazio espositivo ci invita a tentare.
In un’altra sala fa bella mostra di sé la pergamena del conclave incorniciata dalla riproduzione, su cartellonistica, dei sigilli dei cardinali unitamente a brevi descrizioni storiche.
Diapositive e proiezioni della città impreziosiscono l’ambiente altrimenti spoglio.
Nel giorno della mia visita una sala imbiancata era completamente vuota, immagino fosse stata la sede di una qualche proiezione documentaristica.
L’uscita, chissà per quali oscuri motivi (immagino per norme sanitarie, nel caso parzialmente vanificate dal fatto che si debba toccare la maniglia) è a mezzo di una stretta porticina che dà sull’ingresso ai giardini comunali.
Che peccato, un’occasione mancata.
Per questo quando si annuncia l’arrivo di nuovi fondi destinati al recupero o alla rigenerazione di questo o quello spazio, sito, palazzo viterbese tendo a non esultare più da tempo: perché so ormai per quasi sessantennale esperienza che prima di rallegrarsi dei fondi a disposizione bisogna aspettare di vedere come vengono impiegati, e la storia cittadina del loro impiego riesce infallibilmente a deludere ogni mia rosea, ma ahimè desolantemente infondata, aspettativa.
Alfonso Antoniozzi
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY