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Diritti - Il cantante lirico Alfonso Antoniozzi: "Se la manifestazione verrà assegnata alla città dei Papi nel 2023"

“Il prossimo sindaco avrà il dovere di aprire il Lazio Pride a Viterbo…”

di Daniele Camilli
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Viterbo – “Il prossimo sindaco avrà il dovere di aprire il Lazio Pride a Viterbo laddove la manifestazione venga assegnata alla città dei Papi per il 2023”. E’ il punto di vista di Alfonso Antoniozzi, cantante lirico di fama mondiale e consigliere comunale.

Per quanto riguarda invece l’assegnazione ad Albano Lazio, nonostante Viterbo abbia vinto la competizione on line, per Antoniozzi “è già stato fantastico che la città abbia proposto la sua candidatura”.


Viterbo - Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Alfonso Antoniozzi


Antoniozzi, il Lazio Pride del 2022 è stato assegnato ad Albano Laziale nonostante Viterbo avesse ottenuto il maggior numero di voti on line. Secondo lei è stata una scelta giusta?
“Personalmente penso che sia stato già fantastico di suo che la città di Viterbo abbia proposto la sua candidatura. In questa città, che poi è specchio dell’Italia, siamo vissuti in una politica dove il fenomeno Lgbtq+ era accolto e tollerato purché non fosse esplicitato. Trovo quindi che sia straordinario che ci sia una generazione più combattiva. Una qualità che in passato era veramente di pochi e quei pochi venivano continuamente disincentivati. Fino a 15 anni fa non solo era impensabile, ma anche lontanamente immaginabile che Viterbo si fosse potuta candidare per il Lazio Pride, “fottendosene delle conseguenze”, come dicono gli americani. Dopodiché la scelta di Albano Laziale penso sia una scelta dovuta, visto il passato e visto il fatto che non ha potuto ospitare il Pride quando poteva. Speriamo che a Viterbo si riesca ad ospitarlo presto. Anche se per me la questione è un’altra, piuttosto che ospitare oppure no la manifestazione…”

Comunque sia ospitarla rappresenta un segno tangibile di rottura rispetto al passato…
“Certo. Io faccio sempre un esempio pratico quando mi chiedono a che cosa serve il Pride e i motivi per cui bisogna dire ancora oggi che si è gay. E bisogna dirlo perché non siamo ancora in una società che ci permette di dire che non serve più dirlo. Stiamo da tempo lavorando affinché non serva più nemmeno fare coming out. Il problema più grosso nell’immaginario collettivo è che una persona eterosessuale non viene mai classificata in quanto eterosessuale. L’eterosessualità è una parte fondante ma non identificativa della sua esistenza. Stiamo lavorando per la stessa cosa, affinché l’orientamento sessuale sia una parte fondante ma non identificativa di una persona. Tanto per fare un esempio, se parlano di lei, la gente dice che si chiama tal de tali, che fa il giornalista e al massiamo che ha la barba e i capelli lunghi. Se invece parlano di me… dicono subito che sono ‘frocio'”.

“Fino a 15 anni fa – come ha detto prima – a Viterbo non se ne poteva nemmeno parlare”. Ecco, come era la vita a Viterbo per un gay fino a qualche tempo fa?
“Non se ne poteva parlare perché non c’era visibilità e automaticamente il fenomeno era concepito così come veniva veicolato dai media. Questi ti facevano passare un caso. La ‘macchietta’ estremamente effeminata e quindi oggetto di scherno. E questa è l’immagine raccontata da una struttura sociale e familiare patriarcale su cui potremmo aprire un dibattito di ore. Il movimento Lgtbq+ ha fatto la cosa opposta. Ha detto che chiunque può essere gay, lesbica, trasngerder eccetera. Può esserlo anche il tuo consigliere comunale. Tutto questo per dire che con il tempo l’essere più visibili ha smontato il bau bau e i pregiudizi”. 

Però ci sono ancora genitori che cacciano i figli di casa…
“…che Dio li perdoni. Secondo me un figlio o una figlia che affrontano un discorso di questo genere con i genitori, lo fanno per amore. E lo fanno perché altrimenti i genitori verrebbero tagliati fuori da tutta la loro sfera affettiva. Lo fanno perché altrimenti sarebbero costretti a mentire ai genitori, cosa che garantisce una vita di merda a chi mente e un rapporto con i genitori distrutto. Chi fa coming out lo fa per amore di se stesso e per la persona che ha davanti. Perché è molto bello potergli presentare la persona che si ama. I genitori che cacciano i figli di casa perché gay rischiano di non rivederli più. E ne ho visti tanti che, rifiutati dalla propria famiglia, poi non tornano più a casa”. 


Striscione a favore della candidatura di Viterbo per il Lazio pride

Striscione a favore della candidatura di Viterbo per il Lazio Pride


Omosessualità e religione, omosessualità e sistemi di potere, a partire dalle istituzioni. Non è arrivato il momento che siano loro a dichiarare apertamente la propria barbarie nei confronti di altri esseri umani, avviando fin da da subito un percorso diverso, “senza se e senza ma”?
“Non posso entrare in una sfera che non conosco. Tuttavia, tutti i testi religiosi che ho letto, parlano sempre di accoglienza e di amore, cercando di togliere la sofferenza dal mondo. Tutte le religioni, nel corso della storia, hanno sempre fatto fatica a tenere il passo con i tempi, pur mantenendo ferma la loro fede. Se poi penso al cattolicesimo, penso anche che il Concilio Vaticano secondo si chiude nel 1965. Storicamente poco tempo fa. E’ c’è voluto Giovanni XXIII per svecchiare un po’ le cose. Fino ad allora a Giordano Bruno gli avevano dato fuco e Galileo lo avevano costretto in casa a stare zitto, cosa che poi, fortunatamente, non è andata come volevano. Tutte le religioni sono meccanismi pesanti. Secondo me, se esiste un Dio, non può essere uno che condanna. Altrimenti sarebbe umano”.

Perché a Viterbo non si è mai venuta a formare una comunità organizzata come ci sono state in altre città italiane?
“Perché non ci sono mai stati punti di aggregazione che non fossero luoghi clandestini. Storicamente i luoghi di aggregazione viterbesi sono stati anche luoghi di consumo sessuale. Non si è potuta creare una comunità perché non c’è mai stato un posto dove andare la sera, metterci seduti e stare tranquilli”. 

Dar vita a una gay street nel centro storico di Viterbo come c’è a Roma davanti al Colosseo oppure a San Francisco negli Stati Uniti dove hai vissuto?
“Non credo ci siano i presupposti culturali per avere una gay street. Inoltre andava bene per gli anni passati…”

E adesso il movimento Lgbtq+ cosa deve fare per affermarsi, al di là dello stesso Lazio Pride?
“La prima cosa che secondo me servirebbe è uno sportello, un posto. Direttamente sulla strada e aperto H24 dove chiunque possa rivolgersi in qualsiasi momento della giornata”. 

E non è arrivato il momento che la politica se ne faccia carico? Se diventerai assessore alla cultura con la prossima amministrazione se ne farà carico oppure no?
“Assolutamente sì. Un percorso che fra l’altro, come Viterbo 2020, abbiamo iniziato già con la scorsa consiliatura andando a parlare con Giancarlo Mazza dell’Altro Circolo per individuare uno spazio possibile. Cosa che purtroppo non abbiamo trovato”. 

Come cambia il movimento Lgbtq+ con l’arrivo sulla scena giovanile delle seconde generazioni?
“Non ho una risposta da dare, perché dovrei frequentare le seconde generazioni. Posso dire soltanto quello che immagino”.

E cosa immagina?
“Immagino che a seconda dei paesi di provenienza possa essere più semplice scoprirsi e quindi accettarsi in questa società piuttosto che in certe società integraliste. Quando poi la nostra società sia riuscita ad incidere sull’integralismo, dove presente, delle famiglie di origine, non glielo so dire. Però mi credo che anche in tal caso bisogna tornare a parlare di integrazione. Per quanto ci si opponga, il mondo è un meeting pot e la battaglia per l’integrazione va combattuta globalmente. Per l’accettazione di qualsiasi tipo di differenza nella società. Sessuale, religiosa, culturale e di provenienza”.


Viterbo - Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Alfonso Antoniozzi


Quale consiglio dai al movimento Lgbtq+ di Viterbo in vista del futuro, la “generazione combattiva” cui faceva riferimento prima?
“Lavorate in modo che dopo l’affermazione ‘io sono…’, ci possa essere una virgola per poi poter aggiungere altro. L’umanità di cui ciascuno di noi è portatore, indipendentemente dal proprio genere”.

Secondo lei, considerando tutto quello che è stato detto, il prossimo sindaco di Viterbo avrà o no il dovere di aprire il Lazio Pride? Ovviamente laddove la manifestazione venga assegnata alla città dei Papi per il 2023…
“Secondo me qualsiasi sindaco dovrebbe farlo. Non vedo nessun motivo per non farlo. Il sindaco rappresenta tutti i cittadini, anche di quella parte che scende in piazza per rivendicare la propria esistenza”. 

Daniele Camilli


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11 gennaio, 2022

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