Tuscania – Schiavizzata e imprigionata nell’agriturismo bunker, condannato a 4 anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale aggravati l’ex convivente della vittima. La pm Chiara Capezzuto aveva chiesto 8 anni. Il collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco ha inoltre disposto una provvisionale di 10mila euro da versare alla parte civile, una 54enne d’origine dominicana, parte civile al processo con l’avvocato Marco Valerio Mazzatosta.
Il difensore di parte civile Marco Valerio Mazzatosta
Si è chiuso così, ieri, il processo di primo grado a carico di un imprenditore agricolo 42enne – inizialmente indagato per riduzione in schiavitù – finito nei guai il primo dicembre 2015 quando la presunta vittima ha sporto denuncia.
Il giorno prima, 30 novembre, l’imputato era stato arrestato, nel casale dell’immensa tenuta agricola tra Marta e Tuscania dove la coppia conviveva con i due figli minori di lei e la famiglia di lui, in seguito al ritrovamento di un fucile illegalmente detenuto.
La relazione era cominciata con un colpo di fulmine il giorno stesso in cui si erano conosciuti, a un pranzo, il 25 aprile 2014.
Il sostituto procuratore Chiara Capezzuto
L’accusa: “Lui era violento anche con gli animali”
Nessun dubbio, secondo la pm Capezzuto. “Si sono rivelate attendibili sia la parte civile sia la precedente compagna, per cui il reato è estinto per prescrizione. Le loro testimonianze sono perfettamente sovrapponibili, nonostante non si conoscessero”.
“E’ stata convinta a rinunciare al lavoro che aveva a Viterbo per andare a convivere, perdendo la sua autonomia dal punto di vista economico e la libertà. Le sono stati tolti l’auto e il telefono. Era geloso perfino del padre. Veniva percossa, costretta a stare ore sul trattore, alzarsi all’alba per mungere le pecore senza una retribuzione. Veniva costretta a fare sesso contro la sua volontà”, ha detto la pm.
“Non era una donna viziata, una che si alza tardi. I regali che l’imputato le faceva, i viaggi, erano per ottenere il suo perdono. I quadretti idilliaci di loro che si scambiano effusioni nelle occasioni conviviali, non corrispondono alla reale vita di coppia. Non cambiano il quadro le unghie e i capelli fatti quando andava in paese”.
“Non ha denunciato prima perché temeva che i servizi sociali le portassero via i bambini e di non essere creduta. Quando il 26 settembre 2015 era scappata una prima volta chiedendo aiuto, i carabinieri hanno svolto attività conciliativa”.
E ancora: “Lui era un violento, violento anche con gli animali: ha ucciso un gattino e gettato le pecore malate ancora vive in un dirupo”, ha ricordato.
“Se fosse vero che era andata a fare la signora, perché avrebbe dovuto denunciarlo? Peri soldi? Affrontare un processo di questo genere non è una passeggiata per le vittime. Se fosse stata trattata come una principessa, avrebbe potuto andarsene”, ha concluso l’accusa, chiedendo 8 anni di reclusione.
L’avvocato Marco Russo
La difesa: “Si è anche tolta cinque anni, dando false generalità”
Per la prima volta non era presente in aula la vittima, positiva al Covid. L’avvocato di parte civile Mazzatosta, chiedendo la condanna del 42enne, ha sottolineato: “Il resto è folclore”. C’era invece l’imputato, a fianco del difensore Marco Russo. “Nessun folclore”, ha replicato al collega.
“La parte offesa era liberissima di fare quello che voleva. La sua vettura era ferma perché era un ferrovecchio. Ma aveva a disposizione l’intero parco auto della famiglia: andava in giro col Range Rover da 50mila euro col cambio automatico, oppure usciva con la Panda, la Cinquecento o la Mini Cooper”, ha proseguito.
“Il primo dicembre, quando è andata dai carabinieri a sporgere denuncia, non è scappata, ha semplicemente detto che andava in paese per fare un regalo alla suocera, visto che era il giorno del suo compleanno. Di vero c’è che era una relazione malata, perché entrambi facevano uso di cocaina.
“Quando mai si alzava all’alba per andare a mungere a mano le pecore? L’azienda del compagno era dotata di un impianto automatico di mungitura. Ha anche detto di avere il terrore di restare incinta, peccato che alla ginecologa abbia detto che volevano un figlio”, ha proseguito.
“Si è anche tolta cinque anni, dando false generalità, spacciando di essere nata nel 1973 invece che nel 1968, salvo provare e ridurre in coriandoli il certificato di nascita quando è venuta via da casa dell’imputato, trovato dalla suocera in un vaso”, ha sottolineato il legale, minando l’attendibilità della parte offesa.
Poi l’ultimo affondo: “Cercava i soldi, questa è la verità. L’inferno, per il mio assistito, si è scatenato quando le ha rifiutato i 20mila euro che lei gli aveva chiesto con la scusa di riscattare un casa di famiglia a Santo Domingo. Ovvero quando lei ha capito che non c’era più niente da attingere lì dentro”.
Silvana Cortignani
Articoli: Schiavizzata e imprigionata nell’agriturismo-bunker, processo al rush finale – “Schiavizzava le sue vittime tenendole prigioniere nell’agriturismo bunker” – “Mi ha segregata nell’agriturismo, togliendomi auto e cellulare” – “Se mi denunci, prendo il migliore avvocato e orino in bocca ai giudici”
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


