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Spettacolo - Il baritono viterbese interpreta il sagrestano

Alfonso Antoniozzi in scena a Tel Aviv con la Tosca di Zubin Mehta

di Vincenzo Ceniti
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Tel Aviv – Alfonso Antoniozzi, classe 1964, è il sagrestano nella Tosca al Charles Bronfman Auditorium di Tel Aviv – ultime rappresentazioni 3 e 5 marzo – diretta da Zubin Mehta (Jennifer Rowley Floria Tosca,  Jorge de León Mario Cavaradossi, Devid Cecconi  Barone Scarpia). Israel Philarmonic Orchestra e The Gary Bertini Israeli Choir.


Viterbo - Alfonso Antoniozzi

Viterbo – Alfonso Antoniozzi


Lo ricordiamo nello stesso personaggio all’inaugurazione della stagione 2019-2020 alla Scala trasmessa in mondovisione accanto a mostri sacri come Anna Netrebko,  Francesco Meli e Luca Salsi, con la direzione di Riccardo Chailly e la regia di Davide Livermore. Fu per il nostro concittadino una consacrazione che fece onore a Viterbo come lo fa questa tournée a Tel Aviv.

Il sagrestano compare solo nel primo atto, intento ad accudire con pennelli, colori e cesto “ripieno di cibo prelibato” il “volterriano” Cavaradossi che dipinge  nella chiesa romana di S. Andrea della Valle la Maddalena. Quando si accorge che il suo volto  assomiglia a quello seducente della marchesa Attavanti, esplode in esclamazioni curiali del tipo “Sante ampolle”, “Fuori Satana, fuori”  o “Scherza coi fanti e lascia stare i santi”. Un sagrestano credulone più che di fede, ma astuto, nella Roma papale del 1800, all’indomani della “spenta repubblica romana”.  Lo si avverte dal modo distratto  con cui recita l’”Angelus”,  più per dovere che per devozione. Quando irrompe sulle scena il barone Scarpia, capo della polizia pontificia, va nel pallone. “Bada alle tue risposte” gli intima Scarpia e lui balbetta “Misericordia”, “Arcangeli” concludendo con un accorato  “Libera me domine!”. Esclamazioni esilaranti uscite dalla penna fervida dei  librettisti Illica e Giacosa che Puccini ha sottolineato con battute musicali inconfondibili.  La Tosca è la terza opera importante del maestro di Lucca, dopo Manon Lescaut e La Bohème. La  “prima” venne data al Costanzi di Roma nel 1900.

Ricordo Antoniozzi, più che ragazzo, quando cantava nel coretto della Chiesa di Santa Maria della Verità di Viterbo guidato da don Elio e quando mi aiutava nei primi anni Ottanta a sistemare le sedie per il Festival Barocco. Studiò poi con Sesto Bruscantini e debuttò nel 1985 nel Didone ed Enea di Purcell. Ha sempre prediletto  i ruoli di “buffo”, tenendo però d’occhio titoli di opera moderna e contemporanea. Subito dopo si affermò a Genova nel personaggio di don Bartolo del Barbiere di Siviglia. Alla Scala entrò  nel 1993 nel ruolo di Schaunard (La Bohème) a fianco di Mirella Freni e Nicolai Ghiaurov, con la bacchetta di Gianandrea Gavazzeni e la regia di Zeffirelli. Si dedicherà anche alla regia teatrale. A Viterbo nel 2012 fu regista e interprete del Gianni Schicchi    nell’ambito del Tuscia Opera Festival.   

Vincenzo Ceniti


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26 febbraio, 2022

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