Una scena del documentario L’invisibile
Civita Castellana – Un radiologo, un vigile del fuoco, un’infermiera, un attore, una cassiera e una sceneggiatrice. Sono i protagonisti dell’Invisibile, il documentario scritto e diretto dal civitonico Pier Francesco Cari e dalla romana Ilaria Fusco, in cui si raccontano storie di vita quotidiana nei primi tre mesi di pandemia del Covid-19 in Italia.
L’invisibile è in programmazione su Amazon Prime, Apple tv e Google play.
Il documentario esce a due anni dalla scoperta del “paziente zero” a Codogno e rivive il lockdown italiano attraverso sei storie di vite comuni. Tra le videochiamate, il bisogno di re-inventarsi le giornate e il terrore di un virus che nessuno sapeva esattamente come affrontare, Cari e Fusco vogliono far riflettere su ciò che quel periodo ci ha lasciato, in qualche caso anche in senso positivo.
Una scena del documentario L’invisibile
Cari, cosa significa L’invisibile?
“Ha un doppio significato. Uno più evidente, cioè il virus, e uno più profondo, cioè quella pausa di riflessione a cui il lockdown ci ha costretto. Una riflessione che ha portato alla luce cose che non avevamo mai notato, presi dalla frenesia di tutti i giorni”.
Quindi non sarà un documentario di cronaca storica?
“Assolutamente no, il virus nel documentario non viene neanche nominato. Piuttosto, ci concentriamo sull’impatto emotivo che la pandemia ha avuto sulle persone. E credo che gli spettatori, vedendo le scene del documentario, vivranno un paradossale sentimento di nostalgia”.
“Nostalgia” è una parola forte. Crede che qualcuno sentirà la mancanza del lockdown?
“La nostalgia è un sentimento equivoco: amplifica i ricordi e per certi versi li distorce, per questo ho detto che sarà una cosa paradossale. Non sentiremo la mancanza del lockdown, ma avremo modo di ripensare a mente fredda a quello che è successo e capire che abbiamo vissuto una cosa che non si ripeterà mai più. Per la prima volta nella storia il mondo si è chiuso dentro casa e ognuno di noi, volente o nolente, ha dovuto ridisegnare la propria vita, convivendo col terrore di un virus che poteva essere intercettato ovunque”.
Pier Francesco Cari
E quali sono i ricordi che affiorano dalla visione del documentario?
“Secondo me la grande forza dell’Invisibile sta proprio nel fatto che ognuno di noi si riconoscerà nelle storie che sono raccontate, perché sono emozioni e situazioni che abbiamo vissuto tutti. Trovandoci costretti nell’intimità delle nostre case, alla fine siamo arrivati tutti alla stessa conclusione, e cioè che stavamo perdendo di vista cose importanti della nostra vita”.
È questa la riflessione imposta dal lockdown a cui faceva riferimento prima?
“Sì. Rallentare i ritmi e vivere in una sfera sociale molto più ristretta secondo me ci ha fatto vedere bene quello che fino a quel momento era invisibile: l’importanza degli affetti delle persone care. In pratica, si scopre che l’invisibile è in realtà l’essenziale”.
Ma le storie che vengono raccontate nel documentario arrivano a conclusioni molto diverse tra loro.
“Sì, certo. L’infermiera, Ketty, sicuramente non conserverà un ricordo felice di quei mesi che ha vissuto tra i turni massacranti in ospedale e l’impossibilità di stringersi ai suoi cari. Invece l’attore, Matteo, si era messo a fare spettacoli di teatro dal balcone per intrattenere i bambini del suo quartiere e aveva sviluppato dei rapporti con loro che fino a quel momento non aveva mai avuto. Ognuno ha la sua storia, ma ognuno si rivede un po’ in quelle degli altri”.
Oltre a Pier Francesco Cari, nello staff che ha curato la produzione dell’Invisibile ci sono altri due civitonici: i fratelli Marzio e Gian Paolo Pulcini.
Alessandro Castellani
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