Viterbo – Cinquantatre anni fa, i giovani democristiani. Al mattino con i maggiorenti del partito che si impegnavano a costituire il consorzio per l’università. A sera, partenza per Milano sulla 500 di Franco Piccioni per sfilare il giorno dopo in corteo contro la Nato. Giacca e cravatta d’ordinanza e insieme ai comunisti per reclamare il “superamento della politica dei blocchi e degli equilibri di potenza” e preparare l’uscita dell’Italia dall’alleanza militare con gli Stati Uniti.
Sacrilegio per i dc che avevano rischiato – e ne ebbero – botte dai comunisti, quando in parlamento fu votata l’adesione all’Alleanza atlantica. Inferno di parole, scranni divelti, tavole che volavano da un banco all’altro e Giulio Andreotti che riparava la testa con il cestino della carta.
Russi e americani dopo essersi spartiti il mondo, giocavano con atomiche, missili e portaerei a farsi paura l’un l’altro. Nel 62, Mosca aveva spedito missili e maestranze per piazzarli a Cuba, a pronto tiro sugli Usa; Kennedy gli mandò contro la flotta e i cargo invertirono la rotta, sospinti anche dal viatico di Giovanni XXIII.
Milano – Renzo Trappolini con i giovani dc contro la Nato nel maggio 1969
Nella sudditanza del terrore, il blocco sovietico ubbidiva al Cremlino con le divise militari del patto di Varsavia e i soldi d’oltreatlantico rallegravano gli europei quando fedeli alla Nato. Per noi ragazzi (erano i tempi in cui i partiti si rinnovavano con l’ingresso dei giovani), tutto questo appariva rischio di guerra e nessuno aspirava a lasciare alla fidanzata, “accanto nel letto, solo la gloria di una medaglia alla memoria” (De Andrè).
Così andavamo a i protestare insieme ai rossi, ma loro, i compagni, erano più scaltri: infatti non ce la prendemmo mai con l’analoga alleanza orientale del patto di Varsavia che pure un anno prima aveva invaso la Cecoslovacchia, dopo l’Ungheria nel ’56, e il Pci che ambigueggiava dichiarando “solidarietà con Praga, ma fraterna unità con l’Urss”.
Poi, a fine anni ottanta, l’Unione sovietica si frantumò e con le macerie si disciolse per recesso dei soci il patto di Varsavia. La Nato, venuto meno lo scopo sociale, avrebbe potuto fare lo stesso. Invece rimase, seppur con la crescente morosità degli aderenti restii a pagare le quote associative nonostante le strigliate dell’azionista principale, gli americani, ai quali non pareva vero disporre ancora di un’alleanza quando andavano a portare militarmente la democrazia in giro per il mondo, dove più (gli) serviva.
Non meraviglia perciò che ora, ben conoscendo i programmi di Putin sull’Ucraina, anzi indovinandone perfino le date, solo un mese fa, il 20 gennaio, avevano fatto capire che in caso di “piccola incursione” non ci sarebbero state risposte ad alta intensità.
Articolo di giornale, i Russi invadono la Cecoslovacchia agosto 1968
La diplomazia, anche ai massimi livelli, infatti, sapeva e discuteva con Putin la sua pretesa/diritto di non avere ai confini missili e armate pronte ad offenderlo dalle piazze d’armi installate in paesi una volta del patto di Varsavia ed ora allocate nella rete Nato. Senza risultati, però; anzi il ministro degli esteri russo arrivava perfino a ironizzare sulla scarsa professionalità diplomatica degli occidentali (come dargli torto in qualche caso?!).
Infine, l’invasione, la guerra e la paura che essa cresca di livello fino a coinvolgere il vero contendente di sempre. La Casa bianca contro la grande Madre Russia, alla riconquista dei possedimenti dispersi in un’Europa vaso di coccio, col cappio al collo della mancanza di energia e conseguente collasso. Ad evitare il quale non basterà “fare la faccia feroce” sol perché a Washington dicono che finché c’è guerra non si tratta. Basterà l’annuncio di sanzioni che fanno ricordare quel tale che per far dispetto alla consorte…? E se Putin non si ferma?
E’ certamente difficile – lo cantava Battiato in Prospettiva Nevskij riferendosi alla strada che conduce a Mosca – “trovare l’alba dentro l’imbrunire”, ma non se ne può fare a meno. Magari, come suggerisce l’ambasciatore ed intellettuale laico di lunga esperienza moscovita, Sergio Romano, ricorrendo alla mediazione speciale di qualche uomo credibile che non “convoca” l’ambasciatore russo (come ad esempio il ministro Di Maio, che poi l’ha fatto ricevere da un sottoposto) ma “va” da lui – seppur in 500. Ascolta, parla ed è ascoltato.
Quante divisioni ha il papa? si domandava Stalin. Putin lo sa, conosce bene il connazionale Patriarca ortodosso di Mosca e sa pure che tra preti si parlano.
La questione è ormai prima che politica morale, riguarda cioè il diritto di questa umanità a vivere. E, con tutto il rispetto, perfino il richiamo di una Merkel potrebbe non bastare. Come non è bastato.
Renzo Trappolini
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