Viterbo – Dicono che, nel 1941, durante l’invasione tedesca, il “piccolo padre” dittatore della Russia comunista ed atea, Josip Stalin (ex seminarista), fece sorvolare i cieli di Mosca dalla icona della Theotokos, Madre di Dio, venerata dal popolo fin dal suo arrivo a Kiev nel 1131, poi al Cremlino, fino a quando il regime la trasferì in una pinacoteca. L’attribuirebbero alla mano dell’evangelista Luca, quello il cui racconto della Annunciazione è stato letto venerdì in San Pietro prima della consacrazione della Russia e dell’Ucraina.
Renzo Trappolini
Da esso, papa Francesco ha preso spunto per parlare della confessione definendola “riconciliazione”. Conseguentemente, prima ha elencato errori storici del nostro tempo, dimentico della tragedia di due guerre mondiali, la colpa dei governanti per aver “disatteso gli impegni presi come comunità delle nazioni”, il tradimento dei “sogni di pace e di speranza per avidità, interessi nazionalistici e accumulo di armi, indifferenza, falsità ed egoismo”. Una confessione in piena regola con ammissione di “vergogna”, pentimento e impegno per “una nuova alleanza ispiratrice di progetti e vie di riconciliazione”.
Solo dopo Francesco è passato al rito della consacrazione. Non come “formula magica”, ma necessario reset per riconnettere i due popoli alla venerazione, a Kiev come a Mosca, di un comune riferimento storico e morale e richiesta di “sciogliere i nodi del nostro tempo” a chi lui, il papa, crede essere madre di Dio e degli uomini. Mentre consacrava, gli occhi di Francesco andavano dritti e decisi alla statua di Maria, come quando il Paolo VI del funerale di Aldo Moro pretendeva da Dio l’ascolto del “grido per l’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la voce”.
Quindi, non richiamo riservato alla sola nazione russa, ma rappresentazione della tragedia di “tutto ciò che stiamo vivendo”, tanto lontana dalla vulgata interpretativa delle apparizioni di Fatima contemporanee alla rivoluzione bolscevica (delle analoghe quattro “consacrazioni” per la pace fatte da tre papi, solo quella di Pio XII nel 1952 cita la Russia. In tempi peraltro di guerra fredda fin nei più piccoli paesi, dove i don Camillo e Peppone se le davano di santa ragione, salvo ritrovarsi alla messa domenicale o come il mitico Dozza, sindaco Pci di Bologna, la Stalingrado d’Italia, in processione con la giunta sul colle della Madonna di san Luca).
Francesco ha accomunato Russia e Ucraina, novelle Caino e Abele di una guerra che “provoca in ciascuno paura e sgomento” e abbisogna di un ago che anziché pungere “cuce, tesse, unisce”.
Altri discorsi, nelle stesse ore a Bruxelles, dove, dopo la giusta condanna di Putin l’aggressore, si sceglieva la regola antica del si vis pacem, para bellum, cioè rafforzamento militare e nuovi battaglioni Nato in Bulgaria, Romania, Ungheria, Slovacchia, sanzioni e ricorsi alla Corte penale internazionale, insieme al ridisegno unilaterale dell’ordine mondiale di forze e potenza, anzitutto sulle vie dell’energia con buon vantaggio Usa.
Forse nella sopravvalutazione del ruolo dell’Occidente o almeno dell’Europa, stretta dalla carenza di materie prime, dalla produzione delegata alla fabbrica Cina, dalla pressione dell’Africa, la prima a soffrire della fame di cui ha parlato Biden, l’americano, venuto a presiedere il vertice degli alleati pronti finalmente anche a spendere in armi. Come da tempo Washington voleva.
Renzo Trappolini
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