Viterbo – “Le persone che hanno tentato di affossare la verità su mio fratello hanno fatto una carriera splendida”. Giovanni Impastato è il fratello di Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria ucciso dalla mafia a Cinisi in Sicilia il 9 maggio 1978, lo stesso giorno in cui venne ritrovato in via Caetani a Roma il corpo del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, assassinato dalle Brigate rosse. Un libro, “Mio fratello. Tutta una vita con Peppino”, a firma di Giovanni Impastato. Ma anche il racconto di un lessico familiare sviluppato in quest’ultimo mese attraverso un ciclo di incontri, in tutto sette, nelle scuole, a teatro e al Cosmonauta di Pianoscarano. Il tutto organizzato dalla Rete di scuole Falcone in collaborazione con Arci Viterbo. Il 7 marzo Giovanni Impastato è stato all’istituto superiore Meucci di Ronciglione e al teatro comunale “Rossella Falk” di Tarquinia dove ha incontrato gli studenti dell’Istituto Cardarelli. L’8 marzo è stata invece la volta del “Santa Rosa” e del Cosmonauta a Viterbo. Infine, il 9 e il 10 marzo gli appuntamenti erano al Dalla Chiesa di Montefiascone, al Midossi e al Colasanti di Civita Castellana e all’omnicompresivo di Orte.
L’intervista che segue è stata realizzata nel corso dell’incontro di Tarquinia con gli studenti dell’Istituto superiore Cardarelli.
Tarquinia – Giovanni Impastato
Quale è stata la formazione politica di Peppino Impastato?
“La storia di Peppino inizia negli anni ’60. La nostra, come si sa, era famiglia di origine mafiosa. E non c’era un rapporto solo con la mafia, ma all’interno della nostra famiglia c’era una grande mafia. Lo zio Cesare Manzella, tanto per citare un esempio. Mio padre stesso era un mafioso, anche se era uno poco importante. All’interno di questo contesto familiare, Peppino opera una grande rottura storica e culturale. Gli ’60 e ’70 non sono stati poi anni di lotta contro la mafia, ma anche anni di riflessione e di studio. Anni di analisi da cui sono venuti fuori i grandi movimenti pacifisti contro la guerra in Vietnam. Sono stati anni cruciali anche per l’arte e la musica, con i primi cantautori americani. Peppino viene da queste grandi esperienze. Non solo, ma possiamo considerare mio fratello anche come l’erede del grande movimento contadino degli anni ’40 e ’50. Dalle occupazioni delle terre alla strage di Portella della Ginestra fino a Placido Rizzotto e ai sindacalisti uccisi. Peppino ha sposato anche la causa dei contadini, difendendoli dagli espropri per la realizzazione dell’aeroporto di Punta Raisi”.
Un contesto sociale e politico in cui Peppino si inventa anche metodi nuovi rispetto al passato…
“Certo. Si inventa prima il giornale e poi la radio, Radio Aut. Accanto a questi strumenti, ci sono poi l’impegno per le battaglie ambientaliste, le prime in assoluto, l’impegno culturale, con il circolo Musica e cultura, e quello politico con la candidatura nelle liste di Democrazia proletaria. Quello della radio è stato poi il momento magico. Il momento delle radio libere e dei movimenti che hanno caratterizzato la fine degli anni ’70”.
Peppino Impastato muore il giorno stesso in cui viene ritrovato il cadavere del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Impastato ucciso dalla mafia, Moro dalle Brigate rosse. Da quel momento in poi la storia del Paese non sarebbe stata più la stessa. Se Peppino Impastato non fosse stato ucciso, che scelte avrebbe fatto nell’Italia successiva al ’78?
“Peppino sarebbe stato sicuramente accanto ai movimenti pacifisti contro la guerra in Ucraina e contro tutte le guerre. Sarebbe poi stato al fianco di persone e movimenti che difendono i propri territori dalle ingerenze e dall’occupazione. Peppino sarebbe stato un No Tav. Sarebbe stato anche accanto ai movimenti antimafia e a tutti coloro che sentono il bisogno di cambiare la realtà. Il messaggio di Peppino non è stato soltanto ideale, politico e culturale, ma soprattutto educativo per le nuove generazioni. Mio fratello difendeva la bellezza del territorio. Ad esempio, per quanto riguarda le problematiche ambientali, le cose che faceva 50 anni fa Peppino, le fa oggi Greta Thunberg. A differenza di Greta, Peppino lottava in un territorio circoscritto dominato dalla mafia”.
Negli anni di Peppino, la mafia cambia indirizzi e prospettive. Dalla mafia legata ai latifondi e alle grandi proprietà terriere si passa alla mafia degli appalti e dei traffici di droga e armi. Quanto era consapevole Impastato delle trasformazioni radicali che stava vivendo allora la mafia siciliana?
“La prima trasformazione radicale della mafia avviene negli anni ’60. Mio zio Cesare Manzella, che aveva sposato una sorella di mio padre, diventa il capo della Cupola. Mio zio è stato il traghettatore della mafia da quella agricola a quella degli appalti. Lui veniva dagli Stati Uniti ed era un grosso criminale. Aveva partecipato a un famoso summit a Palermo dove la mafia dove la mafia cambia tutto ed entra nelle città. Manzella fu uno dei primi mafiosi a ‘investire sul futuro’ con l’aeroporto di Punta Raisi. Poi, dopo una gestione di appena tre anni della mafia, nel 1963, mio zio viene ucciso con un’autobomba. Questo perché non poteva garantire fette di potere ad altri mafiosi. E lo fanno saltare in aria nella tenuta dove abitavamo”.
Luigi, Felicita e Peppino Impastato
Che rapporto c’è stato tra te e Peppino durante l’infanzia?
“Molti non sanno che io avevo un altro fratello. Si chiamava Giovanni come me. Io sono nato perché lui è morto. E non dovevo nascere, perché mia madre Felicita aveva grossi problemi con le gravidanze, rischiando un paio di volte la vita. Questo mio fratello morì a tre anni per una sospetta meningite contagiosa. In tutto questo, Peppino era stato allontanato da casa prima che io nascessi. Aveva 5 anni più di me. Sapevo della sua esistenza e che era mio fratello, ma lo vedevo soltanto la domenica. Non solo, ma nei confronti di Peppino ho provato anche una profonda gelosia, soprattutto nella fase successiva quando stavamo assieme. Nello stesso tempo provavo anche una profonda ammirazione, consapevole fin da subito di avere di fronte a me un gigante. Da piccolo gli facevo vedere i giocattoli, lui faceva finta di essere interessato ma non lo era, anche perché, rispetto a me, era pure più grande”.
Un rapporto di ammirazione e gelosia durato anche da adulti?
“Sì, è durato anche quando eravamo grandi, perché poi lo rendevo responsabile di tutti i conflitti che avvenivano in famiglia. Mi sentivo anche frustrato perché Peppino era sempre al centro dell’attenzione, nel bene e nel male”.
A un certo punto però Peppino torna a casa…
“Sì, torna a casa e io ritrovo questo fratello che poi perdo di nuovo perché mio padre lo caccia via per la sua attività politica contro la mafia. Aveva appena 17 anni. Quando fonda il suo giornale e scrive la frase ‘la mafia è una montagna di merda’, viene buttato fuori di casa. Mio padre non tollerava affatto che si potesse parlare male dei suoi amici mafiosi”.
Cosa ha pensato Peppino quando ha saputo che suo zio Cesare Manzella era stato fatto saltare in aria con un’autobomba?
“In quell’attentato muoiono mio zio e il fattore. Quello è stato un passaggio storico nel vero senso del termine. Noi siamo andati lì subito dopo una settimana. Prima non si poteva. Abbiamo visto lo scempio, gli alberi bruciati, l’odore della dinamite e della morte. Eravamo un gruppo di ragazzi. Io avevo 10 anni e mio fratello 15. Davanti a quello scempio Peppino si espresse così: ‘Se questa è mafia, io per tutta la vita mi batterò contro’. E ha mantenuto la promessa. Quindi anni dopo la morte di Cesare Manzella anche mio fratello verrà ucciso allo stesso modo, sempre con la dinamite. Ma con una differenza fondamentale. Mio zio venne ucciso perché era un mafioso, mio fratello perché aveva lottato tutta la vita contro la mafia. È da quel momento in poi, dalla strage che uccise mio zio e il suo fattore, che ci siamo accorti quale era la nostra situazione familiare”.
Prima non vi eravate accorti di niente?
“Anche prima cercavamo di scoprire qualcosa. La mia famiglia ha attraversato momenti drammatici. Il primo trauma lo abbiamo vissuto quando mio padre ha tradito mia madre con un’altra donna. Venne scoperto nel letto della sua amante e venne inseguito perché lo volevano uccidere. A quel punto scappa e viene a bussare alla porta di casa cercando l’aiuto di mia madre. Noi sentivamo le grida e le voci degli inseguitori. Mia madre apre subito la porta e lo vede in mutante perché non aveva fatto in tempo neanche a mettersi i vestiti. Noi abbiamo visto e ascoltato tutto in cima alle scale di casa”.
Viterbo – Giovanni Impastato al Cosmonauta
Cosa disse sua madre a vostro padre quando lo vide in quello stato?
“Le disse: ‘Ma come, tu parli di onore, di amicizia e famiglia e poi ti riduci in questo modo’. Noi abbiamo vissuto questa situazione difficile, alla scoperta di tante cose, e quello di cui ti ho parlato era una delle tante manifestazioni. Però dovevamo far finta di niente. Nessuno ci metteva in condizioni di capire, anche se giocavamo e salivamo sulle gambe di un boss della mafia come Luciano Liggio”.
Che rapporto avevate con vostro padre Luigi, al di là della sua appartenenza mafiosa?
“Con mio padre non avevamo alcun dialogo. Ci permetteva di fare tutto, ma dovevamo rispettare l’ordine, cioè non dovevamo permetterci di parlare male dei suoi amici mafiosi. Mio padre poi ci garantiva un futuro ed era molto entusiasta di Peppino che considerava sveglio e intelligente. Siccome io e mio fratello mettevamo in dubbio il ruolo di mio zio Cesare, e questo già quando eravamo piccoli, una volta mio padre ci prese e ci portò in piazza a Cinisi facendoci vedere un orfanotrofio, dato poi alle suore, messo in piedi da mio zio con una colletta negli Stati Uniti. Ci presentò lo zio come un benefattore dicendoci di fare attenzione alle persone che ne parlavano male perché erano solo degli invidiosi. Inoltre mio padre non voleva che si mettesse in discussione la sua parola”.
Non avete mai provato ad aprire un dialogo con lui?
“Sì, c’abbiamo provato, ma non era possibile. Per nessuna ragione. Quando Peppino venne buttato fuori di casa, io e mio madre tentammo di parlare con mio padre, ma ripeto, non era possibile. Non c’è stato nulla da fare. La rottura con nostro padre è stato anche un modo per non condividere le sue idee e il codice comportamentale che tentava di imporci. Noi gli volevamo bene, il problema era la sua appartenenza mafiosa”.
Mafia che alla fine ha ucciso anche lui…
“Inizialmente pensammo fosse stato un incidente, dopo scoprimmo che anche lui era stato ucciso dalla mafia. Quando morì dentro di me ho provato un vero e proprio senso di liberazione, perché veniva a mancare una persona che ha cercato di impormi le sue idee e il suo codice mafioso”.
E non ha provato dolore?
“Sì, ho provato al tempo stesso anche un grande dolore. Perché era venuta a mancare una persona che aveva il mio stesso sangue e che mi aveva messo al mondo. Questo l’ho sentito dentro di me, così come l’ha sentito mio fratello Peppino”.
Peppino Impastato
Cosa fece tuo padre quando venne a sapere che Badalamenti aveva deciso che Peppino doveva essere ucciso?
“Mio padre era vincolato con la mafia, ma non accettò il verdetto della morte di Peppino. In base al codice mafioso era lui a dover uccidere il figlio. Invece mio padre andò negli Stati Uniti per tentare di salvare suo figlio parlando con i parenti americani che gli dissero di stare tranquillo e di tornare in Italia portando a Badalamenti una cravatta. La cravatta venne consegnata a Tano Badalamenti che capì subito il messaggio: ‘Se tu non salvi Peppino potrai morire strozzato dal nodo di questa cravatta’. Badalamenti però la rifiutò. Da una parte perché aveva fatto la sua scelta, e in quel momento era molto forte. Dall’altra perché non c’erano più rapporti decisionali tra la mafia americana e Cosa nostra siciliana. C’erano due tribunali diversi e ognuno decideva a modo suo. Tant’è che prima uccidono mio padre e poi Peppino. Quando mio padre decise di salvare la vita a Peppino, in quel momento non c’era più il mafioso ma il padre di famiglia che disperatamente tentava di salvare il figlio. Mio padre non è morto da mafioso, ma da padre e da uomo”.
Che ruolo aveva sua madre?
“Mia madre ha vissuto due stagioni. Mia madre era innamorata di suo marito quando era giovane, affascinata anche dalla figura del mafioso. La seconda stagione della sua vita inizia quando Peppino viene buttato fuori di casa. Lì, lei entra in conflitto con suo marito. Mia madre è stata un esempio di dignità. In lei era molto forte la cultura cattolica. Credeva moltissimo nei valori della famiglia. Infatti non ha mai lasciato il marito, rispettandolo fino alla fine. Ma quando è stata costretta a fare una scelta non si è schierata dalla sua parte, e quella della mafia, ma del figlio e della giustizia. Poi, quando gli uccidono il figlio e il marito, mia madre esplode da tutti i punti di vista. Però non vuole vendetta, nonostante le fosse stato chiesto esplicitamente dai parenti mafiosi. E questo perché con la morte di mio padre e mio fratello la nostra famiglia aveva perso prestigio e quindi bisognava organizzare una vendetta. E questo sempre in base al codice mafioso. L’ultima parola spettava a mia madre che invece rifiuta e butta fuori di casa i parenti che glielo chiedevano, rivolgendosi alla giustizia”.
E come viene trattata dalla giustizia?
“La giustizia le ha sbattuto le porte in faccia dicendole di rassegnarsi perché suo figlio era un terrorista. Abbiamo ancora le risposte di qualche sottosegretario e di persone che ci dicevano di chiudere la vicenda. Dopo queste risposte, mia madre poteva benissimo fare marcia indietro e ritornare dalla mafia chiedendo vendetta. Invece non lo ha mai fatto, aggrappandosi a quel poco di buono che c’era all’interno delle istituzioni. Non solo, ma tutte le persone che le davano ragione vennero uccise una dopo l’altra. Il procuratore Costa, il sostituto Signorino, Rocco Chinnici e lo stesso Giovanni Falcone. Le persone che hanno tentato di affossare la verità oggi sono invece tutti vivi e hanno fatto una carriera splendida. Mia madre non si arresa ed è andata avanti. Casa memoria ad esempio è nata grazie a lei. Diceva sempre che se una storia non si racconta quella storia finisce con lo scomparire. Infine, durante una delle ultime udienze del processo contro chi ha ucciso mio fratello, vide uno schermo con sopra l’immagine dell’assassino del figlio, Gaetano Badalamenti. All’inizio restò un po’ stupita perché gli Stati Uniti non concessero l’estradizione e Badalamenti venne processato in video conferenza. Mia madre notò subito questa cosa, puntò il dito contro Badalamenti e pronunciò questa frase: ‘Sei stato tu ad uccidere mio figlio’. Una frase molto semplice che può apparire scontata. Ma fu il modo con cui la pronunciò colpì tutti. Un modo sereno e non presuntuoso. In quelle parole non c’erano sentimenti di odio, vendetta o rancore. Questi sono sentimenti che non ci portano da nessuna parte e non ci fanno ragionare. Quella volta mia madre ebbe una forza enorme. Ebbe rispetto per quel criminale, e quel rispetto fece abbassare gli occhi a Badalamenti. La storia di mio fratello e della mia famiglia è una storia educativa che dobbiamo trasmettere a tutti i costi alle nuove generazioni”.
Viterbo – Giovanni Impastato ospite del liceo Santa Rosa
C’è stato mai un momento in cui qualcuno vi ha detto “noi siamo una famiglia mafiosa” oppure uno di voi due, lei o suo fratello, avete detto a qualche vostro familiare: “la nostra famiglia è mafiosa”?
“La parola mafia non si doveva pronunciare, neanche in famiglia. Tutti poi parlavano bene della nostra famiglia. C’era una cultura mafiosa molto diffusa”.
E voi come reagivate?
“A noi dava molto fastidio, perché ci rendevamo conto che non era così. Era una cosa falsa e ipocrita. Però la gente parlava molto bene di nostro zio e nostro padre. Come dicevo, questo era l’effetto di una cultura mafiosa molto sentita e molto radicata in quel contesto”.
Nella vita sua e di suo fratello c’è poi una figura importante, quella di vostro zio Matteo…
“Lo zio Matteo era una figura affascinante che ci spiegò tante cose. Non era un mafioso, la mafia non gli piaceva. Quando Peppino venne allontanato da casa, zio Matteo, che era solo, lo ha aiutato a crescere. Le prime letture le facemmo grazie a lui. Io i primi due libri li ho letti però grazie a Peppino, che mi regalò il libro Cuore di De Amicis e la mia maestra Angela delle elementari che invece mi passò Ben Hur. In quegli anni, nel 1960, fummo molto colpiti anche dalle Olimpiadi di Roma. Mio zio ci spiegò cosa fossero dicendoci che ogni 4 anni i popoli si fermano, si mantiene la pace e si gareggia in competizioni dove si assegnano medaglie a chi vince. Ci impressionò moltissimo la maratona con Bikila che corse scalzo. Questa cosa ci incuriosì e ci sorprese. Tutte queste cose rendevano più vivace la nostra adolescenza”.
Quali erano le ragioni dell’ostilità alla mafia da parte di vostro zio Matteo?
“Mio zio era un galantuomo di quei tempi. Non era un comunista, ma era di idee liberali. Probabilmente votava però per il Partito comunista perché lo riteneva un’organizzazione che aveva fatto delle battaglie importanti. E se Peppino è venuto con le idee che aveva, lo doveva a mio zio Matteo che ci faceva leggere Sciascia, Carlo Levi, Le parole sono pietre sul sindacalista Carnevale ucciso dalla mafia. A casa sua c’erano una quarantina di libri. Da lì tirai fuori l’Orologio di Carlo Levi, il più bel libro che io abbia letto in vita mia. Un libro che mi suscitò tantissime emozioni”.
Orte – L’incontro con Giovanni Impastato, fratello di Peppino, all’istituto omnicomprensivo
Quale è il primissimo ricordo che ha di Peppino?
“Quando me lo vedo spuntare a casa una domenica e conobbi questo mio fratello che mi mancava tanto”.
Nel film i Cento passi ci sono due scene molto forti ed emozionanti. La prima è quella dei cento passi tra casa vostra e quella di Badalamenti. La seconda quella del funerale. I fatti si sono svolti in quel modo oppure c’è un’altra versione?
“Per quanto riguarda i funerali, le cose si sono svolte in quel modo come si può vedere nel film. C’era molta gente, ma non di Cinisi. Erano persone che venivano da fuori. C’erano anche le bandiere rosse che causarono poi qualche problema nel film stesso. La scena dei 100 passi invece non è avvenuta in quel modo come l’avete vista. Io e Peppino ci ponevamo sempre il problema della distanza tra vittima e carnefice. Lui per farmelo capire a volte mi strattonava, altre mi sbatteva anche al muro. Ci affacciavamo dal balcone e dall’uscio di casa, aggiungendo che tra noi e casa di Badalamenti c’erano solo 100 passi. Ma la passeggiata notturna che vedete nel film non c’è mai stata”.
Che problema hanno dato le bandiere rosse nel film?
“Il film i Cento passi venne candidato agli Oscar. Volevano darcelo, ma poi così non è stato perché la scena finale era piena di bandiere rosse. Volevano che il produttore gli cambiasse colore perché gli americani non potevano accettare che il film si concludesse in quel modo. Il produttore non l’ha fatto e il film non ha vinto l’Oscar. Anche io, quando ci sono i funerali di Peppino, alzo il pugno chiuso. Quello era un segno di continuità, di riscatto, di appartenenza. Niente di male. Anzi, penso anche che i comunisti in Italia abbiano dato un bel contributo nel mantenere la democrazia in questo Paese. Un contributo che c’è stato tutto. Dalla Resistenza in poi”.
Civita Castellana – Giovanni Impastato incontra gli istituti Midossi e Colasanti
Che ruolo ha oggi la Casa della memoria di Cinisi?
“La Casa della memoria riveste da sempre un ruolo fondamentale. Per conservare la memoria di Peppino, quella delle sue battaglie e la lotta contro la mafia. Casa Memoria è oggi un ‘altare laico’, come lo definisce Umberto Santino, presidente del Centro Impastato, un luogo di memoria e di divulgazione della verità e della cultura, un avamposto della resistenza contro il potere e contro la mafia, la testimonianza concreta di un’esperienza di lotta senza remore, di un’intera vita spesa con coraggio e determinazione. Sono migliaia le persone che hanno varcato la soglia di questa porta ormai simbolica alla ricerca di nuove conoscenze, di informazioni e di un momento di riflessione. E ognuno di loro si è riappropriato di un piccolo pezzo di libertà. Le visite sono infine organizzate per percorsi, necessari a ricostruire la storia di Peppino e delle lotte che ha fatto in maniera organica. Luoghi, come ad esempio la ex casa di Badalamenti, dove sono state prese decisioni che hanno cambiato non solo la storia del territorio, ma dell’interno paese. I percorsi di visita della Casa memoria Felicia e Peppino Impastato sono in tutto 5: il casolare, i cento passi, la ex casa di Badalamenti, casa Felicia-caseggiato di contrada Napoli confiscato a Badalamenti e il mulinazzo”.
Considerato quanto successo e sta succedendo in questi ultimi due anni, cosa deve fare la scuola per insegnare agli studenti il contrasto e la lotta contro le organizzazioni mafiose?
“Deve insegnare al rispetto della democrazia e delle regole democratiche. Deve educare all’antifascismo e, se necessaria, alla disobbedienza civile. La scuola insegna a lottare contro le mafie insegnando ai ragazzi metodi democratici e spirito critico”.
Daniele Camilli
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