Viterbo – Scrive Dante: “La gloria di Colui che tutto move/per l’universo penetra e risplende/in una parte più e meno altrove” (Paradiso I, 1-3). Vi respiriamo anche il cantico delle creature di San Francesco e magari anche un richiamo al Liber de causis attribuito a Aristotele (in realtà del secolo IX), nel quale si dice che “Dio è più presente in homine… quam in bruto animali…”.
Mi riporta alla mente una precedente riflessione: “Fatti non foste a viver come bruti…” (sempre con Dante, Inferno XXVI). Aggiungerei io, di fronte agli orrori del presente, ma presenti nel passato anche recente, che in alcuni “altrove” è proprio buio pesto.
Il detto popolare romanesco e napoletano: “il più pulito c’ha la rogna – O ‘cchiù pulit ten ‘a rogn” ci aiuta a capire quanto buio ci sia in giro, anche in chi lo vede solo negli altri.
L’osservazione critica della ministra degli Esteri Russa, Maria Zakharova (“non dimenticate Iraq, Jugoslavia e altro”) non minimizza nulla, anzi involontariamente non nega la realtà, ma ricorda a tutti alcune cose. Si potrebbe rispondere che stiamo cercando di migliorare, ma lo stiamo?
Ripeto: questo mio riflettere non intende assolutamente giustificare o perdonare quello che di orrore ci viene offerto sui piatti dei media. E’ la gente che soffre: violentata, stuprata, uccisa, abbandonata sulle strade come spettacolo macabro mentre i “grandi” cercano di dividersi il mondo. Mi rivolta e mi riempie di tristezza.
Vorrei solo invitarvi a entrare nelle radici malate di un demonio che non ha colori di bandiere o le fattezze descritte da padre Livio su radio Maria o altrove. E’ il demonio vestito con le nostre viscere senza umanità, parafrasando la Von der Leyen. E’ il demonio che siamo noi e dentro di noi.
Come sanare le radici del male sempre in agguato dentro la nostra vita? Come innaffiarle con acqua di saggezza e rispetto, di senso di accoglienza, di sorriso? E non fermiamoci all’ultimo atto fotografato in questi giorni a Bucha e altrove. C’è una Bucha diffusa ovunque e non solo in questi giorni di tristezza e di buio. Non dimentichiamo almeno il passato recente: il Vietnam? Iraq? E i conflitti mondiali? Il colonialismo anche italiano? Il nazismo? La Jugoslavia? E il Ruanda nel 1994? Ricordo alcune persone, donne e giovani del Ruanda, che ho incontrato a Toronto. Donne stuprate e restate incinte, molte delle quali non se la sentivano di portare avanti una gravidanza odiata.
Dovremmo tutti fare un esame di coscienza serio e non solo sulla vita degli altri. Tutti dovremmo farlo, non solo suggerirlo agli altri o al nemico di turno. Perché a soffrire sono gente del popolo e che potremmo essere noi. E non bastano, lo vediamo, telefonate, più armi, sanzioni, espulsioni, incontri ad alto livello, accordi sul disaccordo, proteste sui media spesso più interessati allo scoop mediatico che non ai corpi martoriati nelle strade o nelle stanze dell’orrore.
Non dico che questo sia privo di utilità, ma spesso sono solo interventi cosmetici come i trucchi per nascondere le rughe.
Come far esplodere una coscienza nuova? Le tombe e i cimiteri debbono diventare un altare dove offrire doni veri. Il vero dono da offrire, presentato con umiltà seriamente pentita, è una vita che si rinnova ogni giorno. Il cammino inizia non sui tavoli delle trattative, ma nella nostra coscienza, la mia e la tua. Quel “pane e vino” sono il sangue e il dolore in cammino per una trasformazione o, lasciatemi dire, per una transustanziazione.
Esco dal linguaggio liturgico, simbolico ma profondo, che ad alcuni potrebbe dare fastidio per dire che il nostro impegno è vero solo se cerchiamo di cambiare quello che è dentro di noi e che ci sta attorno. Per illuminare di sapienza e saggezza l’universo dal quale siamo stati generati e che è dono da offrire per una umanità rigenerata. Abituiamoci a sogni grandi e la grandezza del sogno illuminerà la storia. Collochiamoci dalla parte dove la luce e la gloria di cui parla Dante, risplenda di più e non di meno.
Riflessioni inutili? Forse, ma dove è l’utilità delle altre sui tavoli eleganti delle trattative o degli sproloqui che si leggono sui social?
don Gianni Carparelli
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