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L’irriverente

Un vescovo, i capi del popolo e De Gasperi

di Renzo Trappolini
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Viterbo – Suscita qualche meraviglia e comunque riflessioni quanto detto in questi giorni, parlando di Alcide De Gasperi, dal presidente dell’Apsa, monsignor Nunzio Galantino, uno dei “pastori” abituati a camminare in strada col popolo che piacciono a papa Francesco, il quale lo trasferì da una piccola diocesi calabrese al vertice della finanza e del patrimonio della santa sede. 


Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi


Dopo aver messo in guardia dalla “tentazione di tirare a tutti i costi il pensiero e l’azione di De Gasperi per la classica giacca”, il presule si è domandato che cosa dello statista può “oggi orientare per non rimanere vittime dello stile tipico delle curve da stadio che caratterizza il confronto, non solo politico”.

Interrogativo opportuno ed attuale, prima che per le beghe intorno ai sovranismi e salvinismi del quartiere Italia, sul piano mondiale, dove una guerra che rischia di diventare planetaria, sia per le armi che per le conseguenze economiche su chi di meno dispone, pare dipendere da singoli individui: che farà Biden, cosa vuole davvero Putin e quali i piani di Xi Jinping.

Come se i popoli che essi rappresentano – miliardi di persone – fossero gli  spettatori delle loro recite, purtroppo drammatiche. Con il solo compito di applaudire, aspettare, accettare.

Lo previde già all’inizio del novecento George Orwell nel romanzo “1984”, quello del Grande Fratello, ma ora le parole di monsignor Galantino a proposito di “capi” non lasciano indifferenti. Su due piani. Uno sostanziale, riguardante il concetto di popolo nelle democrazie: “il popolo ha bisogno di una guida. Da solo sbanda… i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati” e la conclusione che, comunque: “la politica ha bisogno di capi”.

L’altro aspetto richiama la giacca da non tirare a De Gasperi, il quale, nel suo primo discorso dopo la Liberazione, il 23 luglio 1943, disse: “Noi abbiamo una piramide in cima alla quale è un capo che può essere il presidente o il re, ma la base fondamentale è il popolo, la base della piramide”. E citando Erodoto: “La sovranità dello Stato è legalmente devoluta non ad una o a certe classi particolari, ma ai membri tutti della comunità”.

Il successivo 18 giugno ammonì così i democristiani di Roma: “Non ci sono uomini straordinari; non ci sono, entro il partito e fuori, uomini pari alla grandezza dei problemi” da risolvere. E l’anno dopo ai torinesi ricordò: “Prima vi era un dittatore che pensava per tutto; ora siamo noi personalmente che dobbiamo decidere”.

Nel 1950 ai partigiani cristiani: “Non è più il momento di decidere in piccola cerchia. È il popolo l’attore principale. Non dimentichiamolo”. 

Certo, oggi non ci sono più i partiti con dibattito diffuso e costante fin nel più piccolo paese, quartiere o luogo di lavoro che la Costituzione previde che, tutti insieme, gli italiani, per motivi anche validi, devitalizzarono, sostituendoli con rappresentanze formalmente democratiche ma sostanzialmente, e nella maggior parte dei casi, leaderistiche e più o meno padronali.

Galantino ha sì reclamato che “un popolo non è soltanto un gregge, da guidare e da tosare” ma, poi, è sembrato rimandare la difesa del suo diritto “sovrano” alla necessità di assicurargli dei “capi…così come la Chiesa ha bisogno di vescovi”(!!!), quando più urgente sarebbe il richiamo alla riflessione sulle forme di effettivo ed efficace esercizio della rappresentanza.

Disse ancora De Gasperi: “Una volta è avvenuto che per colpa della piazza o del capo dello stato o di tutti e due la libertà nostra costituzionale è andata perduta. Ciò non deve avvenire mai più”. E ai seguaci che l’acclamavano: “Non ci sono uomini straordinari e il vostro grido “viva De Gasperi” lo traduco “viva l’uomo di buona volontà che cerca la verità””.

Renzo Trappolini


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4 aprile, 2022

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